la Casa che non voleva morire
-
Voto:
Tentativo della produzione tv americana di addomesticare il gotico per il piccolo schermo, traducendo gli archetipi della haunted house in narrazioni domestiche, cosa tipica tra la fine degli anni Sessanta e il Settanta. Il regista Moxey (la Città dei morti, 1960) è prono alle direttive produttive che volevano ridurre la narrativa di Barbara Michaels (“Ammie, come home”) ad un prime time inquietante, sì, ma senza eccessi. Anche la trama non sorprende per originalità. Ruth Bennett (Barbara Stanwyck) eredita una fattoria del XVIII secolo in Pennsylvania e ci si trasferisce con la nipote Sara (Kitty Winn). Da subito, la casa dà segni di inquietanti presenze. Con l'aiuto del vicino prof. Pat McDougal (Richard Egan) e del giovane Stan (Michael Anderson Jr.), si cerca di andare alla radice della questione e si scopre che i fantasmi sono quelli dell'uomo che ha costruito la casa, di sua figlia Amanda e del suo fidanzato che ha combattuto nello schieramento opposto a quello del padre di Amanda. La patina televisiva c’è tutta ed anche alcune risibili zoomate sui volti attoniti e rigidi degli attori, con una giovane, deliziosa ed esordiente Katherine “Kitty” Tupper Winn (l’Esorcista, 1973) la quale, probabilmente mal guidata, eccede in espressività. Alti e bassi di tensione, sedute spiritiche con la medium Sylvia (Doreen Lang) che urla come un’ossessa, e tutto in dirittura di un climax discretamente articolato attorno a una vicenda di omicidio e sottesa incestuosità, con morti nel sottoscala e quelle rivelazioni che poi ritroveremo nell'horror più moderno con Ringu (1998). Pur nel suo limite tv di leggibilità immediata rispetto a narrative sottili, a la Casa che non voleva morire si riconoscono almeno due fattori attrattivi: la presenza di Barabara Stanwyck e il mood complessivo del film. L'attrice - quattro volte candidata all'Oscar, icona del noir negli anni Quaranta con la Fiamma del peccato (1944) - conferisce al film una gravità che la sceneggiatura non merita. Ormai sessantatreenne e fieramente canuta, l'attrice non porta in campo la solita vecchia isterica del gotico tradizionale né la vittima indifesa ma una donna razionale e determinata che affronta il soprannaturale con pragmatismo borghese. E su questa irruzione del perturbante nella quotidianità borghese - incluso il formato stesso del film tv destinato alle famiglie - otteniamo un'opera sonnolenta e imperfetta che riesce comunque, in certi momenti, a disturbare, a partire dalla voce spettrale che chiama ossessivamente la figlia. Il racconto segue le convenzioni classiche del cinema di fantasmi, compresa l'assurda noncuranza con cui i protagonisti accettano le possessioni ripetute e persino un'aggressione ai danni della Stanwyck. Tuttavia, fra l’onesto artigianato televisivo e un’atmosfera sonnacchiosa con qualche refolo di inquietudine, the House that would not die si fa guardare e, se avete due lineette di febbre, addosso la coperta pesante e la palpebra sifula, potrebbe anche farsi riguardare con grande piacere. Insomma, categoria brufen-film.
Fast rating

Titolo originale
The House That Would Not Die
Regista:
John Llewellyn Moxey
Durata, fotografia
74', colore
Paese:
USA
1970
Scritto da Exxagon nel gennaio 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
