Attore
Joe Spinell: il caratterista che recitò la morte e poi la incontrò da solo
C'è una statistica, nel cinema americano, che nessuno si è mai preoccupato di celebrare: Joe Spinell, nato Joseph J. Spagnuolo il 28 ottobre 1936 in un appartamento del Kips Bay di Manhattan, da genitori immigrati campani, fu l'unico attore ad apparire in tre film diversi nominati all'Oscar come Miglior Film nell'arco di cinque anni consecutivi — Il Padrino, Il Padrino Parte II e Rocky. Lavorò con Coppola, Scorsese, Friedkin, Stallone. Finanziò, con i propri risparmi, il sodalizio artistico di un giovane sconosciuto che si chiamava Sylvester Stallone, convinto che valesse la pena di scommetterci. Eppure morì solo, a cinquantadue anni, dissanguato su un divano di Queens per una ferita alla testa che si era rifiutato di far medicare, in un appartamento nel quale gli faceva compagnia una testa mozzata di plastica — un residuato di scena del suo film più celebre.
566 Seconda Avenue: un appartamento, sei figli e il peso di una famiglia italiana
Gli Spagnuolo erano arrivati da San Michele, in Campania, come tante altre famiglie che negli anni di fine Ottocento e inizio Novecento avevano attraversato l'Atlantico inseguendo la promessa di una nuova vita. Pellegrino Spagnuolo e la moglie Filomena avevano messo radici nel Kips Bay, un enclave italoamericano di Manhattan dove si parlava ancora il dialetto tra i vicini e dove il profumo del ragù domenicale filtrava dai balconi. Joseph era il secondogenito di sei fratelli, cresciuto in una miseria dignitosa che lo avrebbe segnato per sempre nel corpo e nel carattere. Due sorelle maggiori, entrambe di nome Carmela, erano morte in fasce prima che lui nascesse; il fratello maggiore era stato ricoverato in un istituto psichiatrico; una sorella, Grace, sarebbe diventata la sua tutrice nell'ora più buia. Pellegrino morì nel 1950, quando Joseph aveva tredici anni, lasciando Filomena a sostenere da sola quel che restava della famiglia. Fu allora che gli Spagnuolo si trasferirono a Woodside, nel Queens, lo stesso quartiere in cui, quasi quarant'anni dopo, Joseph sarebbe morto.
Il ragazzo che sarebbe diventato Joe Spinell aveva una faccia che nessun casting director poteva ignorare, e che nessun regista sapeva dove collocare con facilità. Capillari che affioravano sotto la pelle, occhi pesanti sotto sopracciglia folte, una bocca che sembrava perennemente sospesa tra il sorriso e il ringhio. Non era un volto da protagonista romantico. Era un volto che raccontava storie di una città dal suo lato peggiore. Era, in altri termini, il volto perfetto per il cinema americano degli anni Settanta, l'unico decennio della storia di Hollywood in cui un simile volto poteva diventare celebre.
Dal Boys Club di Madison Square al palcoscenico di Joe Papp
A nove anni, Joseph frequentava il Madison Square Boys Club, al numero 29 della 29th Street di Manhattan. Era lì che aveva scoperto il teatro: per un ragazzo cresciuto con il peso di una famiglia in difficoltà, di un padre malato e di fratelli che non ce l'avevano fatta, la possibilità di essere qualcun altro, anche per poco, aveva qualcosa di salvifico. Frequentò l'università a Miami, poi tornò a New York, dove un contratto con la MGM - che gli suggerì di italianizzare il cognome in Spinell, più facile da pronunciare per il pubblico americano - aprì la prima porta. Ma fu il lavoro con la compagnia di Joe Papp, il New York Shakespeare Festival, a formare davvero l'attore. Ci rimase nove anni. Recitava in teatri o carceri, e con una dedizione che lasciava poco spazio ai compromessi. Per mantenere se stesso durante quegli anni magri faceva il tassista, il postino, il commesso in una liquoreria; esperienze che si ritrovano nella carne dei personaggi che poi interpretò.
Il Padrino e l'amicizia nata nella povertà: Coppola, Stallone e i corridoi della fortuna
Nel 1972, Francis Ford Coppola stava girando Il Padrino, e tra le decine di attori italoamericani che ruotavano attorno alla produzione c'era anche Joseph Spagnuolo, già ribattezzato Joe Spinell. Il personaggio che gli toccò si chiamava Willi Cicci, un soldato della famiglia Corleone la cui scena più memorabile è quella del massacro del Battesimo: Cicci blocca Don Cuneo nella porta girevole e lo fredda con una pistola. Non era accreditato nei titoli ma a Coppola piacque talmente che lo tenne sul set per i sei mesi dell'intera lavorazione, pagandolo come day player. Per Il Padrino Parte II (1974) Cicci tornò con un ruolo accreditato e più sostanzioso, inclusa una scena di testimonianza al Senato che evocava direttamente le audizioni di Joe Valachi. Spinell avrebbe dovuto riprendere quel personaggio anche nel terzo capitolo della saga, ma non fece in tempo.
Nel frattempo, verso il 1971, aveva incontrato un altro attore squattrinato che cercava di sopravvivere ai margini di Hollywood: Sylvester Stallone. Erano cresciuti in quartieri simili, avevano accenti simili, condividevano quella diffidenza dei duri che hanno imparato a non fidarsi della fortuna. Quando Stallone era al verde, Spinell gli pagava la benzina, l'affitto, le bollette; non come un gesto di beneficenza ma come l'investimento di qualcuno che aveva visto qualcosa negli occhi di quel ragazzo e voleva esserci quando sarebbe arrivato il momento. Joe divenne padrino del figlio primogenito di Stallone, Sage. Lo chiamava «il ragazzo». «Ehi, Ragazzo. Come stai?»
Tony Gazzo, Rocky e la commissione del debito restituito
Quando nel 1976 Stallone scrisse e interpretò Rocky, uno dei personaggi che portò con sé dall'esperienza della vita vera fu Tony Gazzo, l'usuraio italoamericano che impiega Rocky come esattore dei debiti. Era un ruolo su misura per Spinell, che lo interpretò con una dolcezza goffa e genuina che disarmò la critica: Gazzo era il cattivo che pagava le date di Rocky, si preoccupava che smettesse di fumare, assisteva al suo matrimonio. «L'usuraio più simpatico che il cinema americano abbia mai prodotto», scrissero in molti. Spinell avrebbe ripreso il personaggio in Rocky II (1979) ma, poi, la loro amicizia si incrinò durante la lavorazione di i Falchi della notte (1981), in cui interpretava il superiore di Stallone. Ci furono tensioni salariali, nuovi manager che spingevano Stallone verso altri ambienti, la distanza che cresce quando uno dei due scalda le cene di gala mentre l'altro rimane fedele ai diner di quartiere. Quando Spinell morì, Stallone disse che «se n'era andata una parte di lui».
In quello stesso 1976, nel film di Scorsese Taxi Driver, Spinell aveva interpretato il funzionario dell'ufficio del personale che assume Travis Bickle: la prima scena del film, il primo incontro dello spettatore con De Niro. Un ruolo piccolo ma fondante, interpretato con quella rara capacità di dare peso a poche battute. Erano anni in cui ogni film importante sembrava passare per la sua faccia.
1980: tre serial killer a New York e il film che cambiò tutto
Il 1980 fu l'anno in cui la carriera di Joe Spinell raggiunse il suo apice e, al contempo, cominciò a consumarsi dall'interno. In quell'anno solo, egli apparve in tre film ambientati nell'universo del crimine e della violenza urbana newyorchese: in Cruising di William Friedkin recitava il ruolo di DiSimone, un poliziotto brutale e represso il cui monologo sulla moglie che l'aveva lasciato portando via la figlia in Florida rispecchiava, quasi verbatim, la sua situazione personale reale. In Delitti inutili era ancora una volta una presenza minacciosa ai margini della storia. E poi ci fu Maniac.
Maniac: trecento cinquantamila dollari e l'esorcismo di un'anima
L'idea di Maniac era sua. Joe Spinell scrisse la sceneggiatura insieme a C.A. Rosenberg, co-produsse il film e investì nell'intera operazione il compenso intero ricevuto per Cruising. Il regista era William Lustig, con cui aveva stretto amicizia quando Lustig era ancora un assistente di produzione su Squadra speciale (1973). Il budget era di trecentocinquantamila dollari. Le riprese si svolsero in ventisèi giorni di riprese guerrilla per le strade di Manhattan, Brooklyn e Queens, spesso senza permessi, tra l'ottobre del 1979 e il gennaio del 1980.
Il personaggio si chiamava Frank Zito: un assassino seriale sudaticcio, sovrappeso, tormentato, che uccideva donne e ne scalpava le chiome per inchiodarle sui manichini del suo appartamento buio. Un uomo che piangeva sui cadaveri delle sue vittime, che vomitava dopo ogni delitto, che cercava una connessione con qualcosa di inanimato perché il mondo dei vivi lo respingeva. Film, insomma, per spettatori con la pelle stessa. Tom Savini, già reduce da Zombi, curò gli effetti speciali con una precisione anatomica che, ancora oggi, mette a disagio. La scena dell'esplosione della testa - Savini nel ruolo della vittima, munizioni vere, un calco del proprio cranio riempito di cibo avanzato e sangue finto - rimane una delle sequenze più perturbanti del cinema horror americano. Il regista Lustig ricordò in seguito che Spinell piangeva tra un ciak e l'altro, e che era difficile stabilire dove finisse il personaggio e dove iniziasse l'uomo.
La ricezione fu un terremoto. Il famoso critico Gene Siskel abbandonò la sala dopo venti minuti. Vincent Canby lo stroncò sul New York Times. Il 21 marzo 1981, sessanta donne manifestarono davanti al cinema Hollywood Pacific di Los Angeles protestando contro la violenza sulle donne. In Gran Bretagna il film fu sequestrato dalla polizia durante la campagna contro i video nasties e non ottenne il visto censura fino al 2002. La locandina - una figura maschile ripresa di spalle, un coltello insanguinato in una mano e uno scalpo nell'altra, con la scritta «I WARNED YOU NOT TO GO OUT TONIGHT» - divenne una di quelle più controverse nella storia del cinema di genere.
Nonostante tutto, o forse proprio per questo, il film incassò due milioni e mezzo di dollari. Nel tempo la critica ha completamente ribaltato il giudizio: Esquire lo ha inserito al diciottesimo posto tra i cinquantacinque film più terrificanti di tutti i tempi, il Criterion Channel lo ha inserito nel proprio catalogo, Blue Underground ne ha curato una restaurazione in 4K dall'originale negativo in 16mm con audio Dolby Atmos. Nel 2012 Franck Khalfoun ne ha girato un remake con Elijah Wood prodotto dallo stesso Lustig. Una curiosità che merita una nota: la canzone Maniac di Michael Sembello, celebre come colonna sonora di Flashdance (1983), nacque originariamente come tributo all'assassino del film di Spinell, e il testo fu riscritto in extremis prima dell'uscita.
The Last Horror Film e il declino: dal Criterion al direct-to-video
Nel 1982, Spinell e Lustig si ritrovarono a Cannes per girare The Last Horror Film, conosciuto anche come Fanatic. Il film era una meta-commedia horror girata in parte in forma guerrilla durante il Festival vero, con Spinell nel ruolo di Vinny Durand, un tassista newyorchese ossessionato dall'attrice Caroline Munro che vola in Costa Azzurra per convincerla a recitare nel suo film. La madre di Vinny era interpretata dalla vera madre di Joe, Filomena Spagnuolo che, per quella parte, ricevette una nomination ai Saturn Award come miglior attrice non protagonista. Era una storia di solitudine travestita da horror camp, e chi la sapeva leggere ci trovava dentro tutto Spinell: l'uomo che parlava con i manichini perché non aveva nessun altro con cui parlare. Il film vinse il Clavell de Plata al Festival di Sitges.
Ma le offerte cominciavano a diminuire. Quella faccia che negli anni Settanta era stata un marchio di fabbrica adesso sembrava troppo grezza, troppo perturbante, inadatta all'Hollywood sempre più patinata degli anni Ottanta. Spinell si trovò confinato in produzioni di serie B e direct-to-video, il suo nome in cima ai titoli di lavori che non meritavano di averlo. Chi lo incontrava in quegli anni descriveva un uomo generoso e divertente, capace di grandi slanci di affetto, ma anche sempre più dipendente dall'alcol, sempre più instabile, sempre più isolato. Nel 1977 aveva sposato Cynthia Jean “Jean Jennings” Jackson (1957-2011), attrice porno che recitò nel suo primo film esplicito a 16 anni, dopo essere stata scoperta dal fotografo Len Camp. Solitamente scelta per interpretare ruoli di "innocente vergine" a causa del suo aspetto giovanile e sensuale, Jennings apparve in altri otto film per adulti prima di ritirarsi dall'industria del cinema per adulti nel 1979; in quell'anno partì per Tampa portando con sé la figlia. Quella separazione rimase conficcata dentro Joe come una scheggia.
«Hi Ma, siamo a casa»: la morte di Filomena e la fine di tutto
Filomena Spagnuolo morì nel 1987. Joe le sopravvisse fisicamente ma, in un senso più profondo, smise di essere se stesso in quel momento. L'attore Jason Miller lo aveva definito, senza ironia, «un mammone»; Stallone aveva detto che «viveva per sua madre»; il suo amico William James Kennedy ricordava che ogni volta che tornavano a casa, dopo una serata fuori, Joe annunciava ad alta voce nell'appartamento vuoto: «Ciao Ma, siamo a casa.» William Lustig, che aveva cenato con lui poco prima della morte in un ristorante dell'Upper West Side, lo vide appoggiarsi alla spalla di una signora anziana del quartiere e piangere in silenzio mentre lei cantava una vecchia canzone italiana. «Joe era un uomo che non aveva mai superato la perdita di sua madre,» disse Lustig. «Mai.» Gli ultimi lavori furono sintomatici. In The Undertaker (1988), i collaboratori notavano che appariva visibilmente malato, che faticava a ricordare le battute, che, a tratti, sembrava ubriaco. Il suo ultimo film, Fuoco incrociato (1989), fu girato a Mobile, in Alabama, poche settimane prima della morte. Nel frattempo, aveva trovato i soldi per produrre Maniac 2: Mr. Robbie, un cortometraggio del 1986 che avrebbe dovuto aprire la strada a un sequel, ma il progetto rimase incompiuto.
13 gennaio 1989: sangue che non smette di scorrere
Quella mattina, Joe scivolò nella vasca da bagno del suo appartamento di Greenpoint Avenue, a Sunnyside nel Queens. La porta del box doccia andò in frantumi e i vetri gli aprirono una ferita profonda alla nuca e al collo. Chiamò il suo amico Sal Sirchia e gli raccontò dell'incidente ma rifiutò di farsi portare al pronto soccorso. Joe avvolse un asciugamano intorno alla testa e si sdraiò sul divano del salotto, in accappatoio. Il problema era che Joe Spinell era emofiliaco dalla nascita. Lo era sempre stato: il sangue non smetteva di scorrere da solo, aveva bisogno di essere fermato, e quella mattina decise che nessuno lo fermasse.
Nel pomeriggio, quando Sirchia non riuscì a raggiungerlo per telefono, si preoccupò. Nel tardo pomeriggio, finito il turno di lavoro, si recò all'appartamento. Nessuno rispose. Chiamò il portinaio. Trovarono Joe sul divano del salotto, in accappatoio, morto. Sul pavimento c'era sangue. Sulla televisione c'era la testa mozzata di plastica del finale di Maniac. La polizia, entrando e vedendo la testa, credette per qualche secondo di trovarsi di fronte a una scena del crimine.La causa ufficiale della morte rimane discussa: emorragia da emofilia, infarto, complicanze da diabete e abuso di sostanze, oppure, come suggerisce qualcuno, semplicemente il rifiuto consapevole di chiedere aiuto. La risposta giusta contiene probabilmente un po' di tutto questo. Joseph J. Spagnuolo, in arte Joe Spinell, fu sepolto al Calvario Cemetery di Woodside, nel Queens, accanto ai genitori e alle due sorelle che non avevano mai avuto il tempo di crescere. Sulla lapide di famiglia, sotto il nome del padre Pellegrino e quello della madre Filomena, c'è scritto: «Beloved brother JOSEPH J. (1936-1989)». Fratello amatissimo. Non attore, solo fratello.
Joseph J. Spagnuolo
Kips Bay, Manhattan, New York, USA, 28/10/1936
Sunnyside, Queens, New York, USA, 13/01/1989
Scritto da Exxagon nel marzo 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0