l'Imperatore di Roma

Voto:

Nico D'Alessandria dichiara la propria genealogia senza ambiguità: Accattone (1961) di Pasolini è il modello, il pedinamento è il metodo, Roma è il personaggio principale e in essa aleggia Gerry, tossicodipendente aduso al buco fin dall'età di 12 anni, a suo dire. Il regista conobbe Gerry nel quartiere romano di Monti prima che fosse mandato al manicomio di Aversa, su consiglio paterno, perché ritenuto socialmente pericoloso; Nico si adoperò per prenderlo sotto tutela tramite una licenza sperimentale di trenta giorni per costruire intorno a quell'uomo il suo film. L'imperatore di Roma, tuttavia, non è (solo) un epigono pasoliniano: è qualcosa di più peculiare. Bazin, in "Ontologia dell'immagine fotografica" (1945), sosteneva che la macchina da presa preserva il reale dalla sua scomparsa, lo salva dal tempo. D'Alessandria sembra operare esattamente in quel solco: seguire Germano Sperandini, in “arte” Gerry, attraverso l’Urbe, salvandolo dall'oblio, dall'emarginazione, dalla morte silenziosa che attende chiunque la strada e la droga abbiano consumato fino in fondo. Sperandini non recita. Il Caimano Bianco - il killer più feroce di New York che abita la sua psicosi e che durante le riprese fa irruzione in episodi di aggressività improvvisa - non è un espediente narrativo ma un dato clinico che il film si limita a ospitare, senza spiegare. Chi opera nell'ambito della salute mentale, sa come certi pazienti costruiscano, attorno alla loro condizione, una poetica involontaria, un modo di abitare il mondo che la norma non contempla né tollera. Gerry è una figura di quella stessa specie: la sua libertà coincide con quella dei gatti del Colosseo, con cui il film costruisce il parallelismo più didascalico e tenero: creature capaci di attraversare le rovine senza esserne schiacciate, pur risultando precarie, precarissime. Il bianco e nero post-neorealista - scelta un po’ arty? necessità del low budget? - conferisce al film una consistenza apprezzabile: Roma non è, qui, la città della Dolce Vita né, pur nel riferimento, quella delle borgate pasoliniane: è un palinsesto millenario su cui Gerry proietta il proprio delirio imperiale e vagabondo. Le scene che restano impresse (a voi la scelta: il piccone sollevato contro il cielo col Colosseo sullo sfondo, il pezzo di ferro trascinato per la via di notte, la nudità in strada) abitano una zona liminale tra documentario e finzione, tra testimonianza clinica e visione poetica, resistendo alla classificazione, così come il suo protagonista resiste, o esiste, in un mo(n)do tutto suo. L'opera presenta fragilità tecniche evidenti: il sonoro in presa diretta assente, il doppiaggio approssimativo, un montaggio ripetitivo; e mettiamoci anche una certa difficoltà a distinguere limite produttivo e scelta estetica. Ciò che, ad ogni modo, è davvero distintivo ne l'Imperatore di Roma, è l’estrema disconnessione del protagonista dalla comunità umana, la sua assoluta alienazione. Gerry non solo è distante dalle simpatiche dinamiche di borgata di Amore tossico (1983), o dal dramma relazionale di Non contate su di noi (1978) ma anche dal Damian di San Damiano (2024), psicotico anch'egli ma ben più capace di comunicazione, fra amici di Termini, infatuazioni, trap e diario personale. Gerry è perso, è più solo, è un fantasma che cammina in una città che non lo vede e, se mai lo vede, non lo vuole; né Gerry è in grado di farsi ben volere. Dramma umano radicale che D’Alessandria dipinge con affetto cinematografico in una visione non per tutti, certo non mainstream, ma assolutamente consigliata. In una delle lettere che Gerry spedì al regista dal manicomio di Aversa, quando in esso dovette tornare ad essere ricoverato, leggiamo: “Caro amico, sto sognando, vedo grattacieli di New York, sento le belle musiche e tu scrivi un altro copione … Se mi puoi comprare questa roba che assolutamente mi serve: un giubbetto nero, lo trovi a Piazza Vittorio, costerà ottantamila lire e un paio di stivaletti col tacchetto, n. 42 … Sono contento di essere stato almeno capito da te, uno dei pochi amici che ho incontrato nella mia vita, un amico che mi sa dare qualcosa che gli altri non sanno”. Perciò, forse, un amico c’è stato. Gerardo Sperandini, nato il 12 aprile 1953, è deceduto il 30 dicembre 1999, ricevendo sepoltura al Cimitero Flaminio di Roma.


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Regista:

Nico D'Alessandria

Durata, fotografia

90', b/n

Paese:

Italia

Anno:

1987

Generi e Temi

Droga-movie, True story

Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0