San Damiano
Voto:
E il primo pensiero vola ad Amore Tossico di Claudio Caligari (1983) o, anche meglio, a l’Imperatore di Roma (1988). Che si sia in presenza, finalmente, dell’erede di Gabriele Ferretti aggiornato agli anni “punto zero”, o dello schizofrenico Gerry? In fondo, è la stessa Roma, lo stesso precipizio sociale, la stessa ostinazione a guardare senza distogliere la macchina da presa. Ma è un'associazione che regge solo in superficie. Caligari aveva ancora l'urgenza di una denuncia generazionale: il tossico come vittima di un sistema che aveva tradito i suoi figli; poi, quasi involontariamente, si coglieva il lato ironico dell’Urbe, lo slang, la battuta “a tamburella” e pure quella scrausa di Teresa. Qui, in San Damiano, il sistema è già sparito dall'orizzonte; l'ha sostituito l'indifferenza come paesaggio permanente. Questo lavoro di Sassoli e Cifuentes sembra appartenere, piuttosto, alla tradizione dei mondo-movies; novelli Joacopetti e Prosperi (Mondo cane, 1962) con l’idea buona e la cazzimma di portarla a compimento, ma senza la spietatezza dell’exploitation, mantenendo una postura etica e compassionevole, lontana dalla logica voyeuristica propria del genere. Insomma, un mondos rovesciato: non occorre più andare in qualche angolo remoto del globo per trovare l'inimmaginabile, perché l'inimmaginabile abita nel perimetro di una stazione ferroviaria italiana, a pochi metri da chi parte e arriva con il trolley. Roma città eterna, Roma caput mundi e, quindi, specchio affidabile del tutto, eternamente. I giovani registi hanno impiegato due anni a costruire questo film, senza il fremito del giornalismo d'assalto, né, come detto, la curiosità voyeuristica dello shockumentary: la camera è quasi docile e, proprio per questo, più implacabile. I protagonisti, novelli Sisifo, patiscono la loro vita con circolarità: ieri, oggi e domani alcol, droghe, accessi di ira, grida, sporcizia, violenza, aggressioni, sesso e vicinanza umana. La telecamera sta lì accanto, "paziente"; termine deliziosamente ambiguo, quest’ultimo, quando si tratta di salute mentale. Che si narra? Basilarmente della vita, presso la stazione di Termini, di Damian, giovane polacco psichiatrico, e poi dell’umanità varia che lì satellita, ai minimi termini. La vicinanza prolungata delle telecamere a questa vita periferica in centro città favorisce la reiterazione dei tableaux di degrado, la quale produce un effetto di saturazione capace di danneggiare un po’ la coesione del racconto, lasciando allo spettatore il compito di tenere insieme i pezzi. Comunque, ne emerge chiaramente che il vero soggetto di San Damiano non è Damian, bensì la società che lo contiene senza contenerlo. Il disagio psichiatrico come forma di povertà - la “Miseria Umana” della quale parlava Basaglia - è la colonna portante invisibile di tutto, una condizione così dimessa della dignità che non si comprende più se queste persone siano in strada perché malate di mente o malate di mente perché in strada; la causa e l'effetto si sono avvitati su loro stessi fino a diventare irriconoscibili. E lo Stato, figura assente per eccellenza, non compare mai in campo (se non con le "guardie") ma pesa come un'assenza materiale, come un'architettura mancante. La bellissima trovata delle mura aureliane - Damian che abita la storia di Roma mentre Roma non si accorge di lui - è la metafora più efficace del film: l'emarginato come presenza storica ignorata, il degrado come monumento contemporaneo. San Damiano, pur in assenza di una coesione narrativa, sa accumulare quadri di enorme forza emotiva e riesce a farlo al meglio, in modo paradossale, tanto più diviene didascalico: i disperati che cantano in coro “Giovane Fuoriclasse” di Paco Plaza, riportando, peraltro, e inconsapevolmente, la trap all’origine del suo etimo, nello sfascio delle trap house. Per non dire dei brani di Damian, vero punk trap, chiamiamolo così, o, forse, vera e genuina trap. Il gesto più politico del film è quello di restituire, alla fine, un nome a ogni persona inquadrata come atto simbolico di restituzione dell'umanità sottratta dall'anonimato della strada, pur restando il tutto nel dominio del tragicamente irrisolto e, probabilmente, irrisolvibile. Consigliato vivamente e in double-bill non con il lavoro di Caligari ma con Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman.
Fast rating

Titolo originale
Id.
Regista:
Alejandro Cifuentes, Gregorio Sassoli
Durata, fotografia
86', colore
Paese:
Italia
Anno:
2024
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
