Kin-dza-dza!

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Voto:

Mosca, anni Ottanta. Mashkov (Stanislav Lyubshin), ingegnere edile pragmatico e poco incline alle avventure, incrocia per strada un individuo scalzo e disorientato che gli affida un misterioso congegno. Gedevan (Levan Gabriadze), giovane studente georgiano di musica, è testimone involontario della scena. La pressione sbagliata di un pulsante basta a catapultare entrambi sul pianeta Plük: un deserto sconfinato, rovente, senza punti di riferimento. Qui incontrano Uef (Evgeny Leonov) e Bi (Yuri Yakovlev), alieni dall'aspetto umano che comunicano attraverso un vocabolario ridottissimo, di cui il lemma più frequente è il polifunzionale "Ku!". Proprietari di una traballante navicella, i due extraterrestri diventano guida involontaria e ostacolo simultaneo per i naufraghi terrestri, costretti a orientarsi tra gerarchie incomprensibili e rituali privi di senso nel tentativo di racimolare il necessario per poter tornare a casa.


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LA RECE

Kin-dza-dza! usa la fantascienza come laboratorio allegorico per dissezionare la società sovietica, costruendo un pianeta-caricatura governato da rituali inconsistenti e gerarchie assurde. La lentezza del ritmo non è pigrizia ma strumento: la noia di Plük è la noia dei sistemi chiusi, che si perpetuano senza mai interrogarsi. Il film di Daneliya rimane uno degli esercizi più acuti di satira politica travestita da commedia cosmica.

Buffo e bizzarro film satirico proveniente dall'ex blocco sovietico che, per poter dire qualcosa che nemmeno la satira avrebbe potuto osare sotto la distopia comunista, usò il travestimento della fantascienza. Così, il regista Daneliya (1930-2019) smontò dall'interno, con un’allegoria, la società russa dominata da regole tanto meno logiche quanto più erano schematiche, e senza che la censura riuscisse del tutto a intercettarla. Daneliya costruisce il suo sistema attraverso un'economia simbolica stringente: pochi vocaboli, pochi gesti codificati, pochissime risorse. Plük non è un pianeta del futuro ma una distillazione grottesca del presente sovietico; la ferraglia e le dune non alludono al progresso, bensì alla sua bancarotta silenziosa. Siamo dalle parti, per avere un qualche vago riferimento visivo, di Brazil (1985) di Gilliam e dello steampunk de la Città perduta (1995), ma, qui, decisamente più arrugginito. Pur nella pochezza dei dialoghi, il cuore del film è linguistico. Il "Ku!" plukiano, esclamazione tuttofare che vale ogni cosa e il suo contrario, rivela, in pochi secondi, quanto sia arbitrario ogni sistema di segni e quanto facilmente un codice condiviso diventi strumento di controllo. Allo stesso modo, il "Ketse" - fiammiferi elevati a risorsa preziosa come l'oro - ribalta l'economia del valore in modo surreale ma efficace. Il ritmo è deliberatamente lento; il film non vuole sorprendere, vuole logorare. Quella monotonia non è un difetto ma una scelta: riproduce l'inerzia esistenziale dei personaggi, intrappolati in un sistema che non viene mai messo in discussione ma viene eseguito con fervore quasi liturgico. Questa lentezza e la reiterazione di situazioni fra i vari personaggi lascia il film in bilico fra il suo significato necessario - come detto, essere noioso per trasmettere il vissuto di noia e inerzia - e l’impressione che, comunque, compreso il messaggio, la continua reiterazione non sia poi d’aiuto a tenere sveglia l’attenzione dello spettatore, peraltro non stimolato da scenografie o soluzioni visive, come invece succedeva per il succitato film dell’85. Daneliya, d’altra parte, sostituisce i tipici eroi del cinema con uomini medi, o anche meno, capaci di entusiasmarsi per inezie: le reazioni contano più delle parole, i corpi recitano più dei dialoghi in un mondo povero con confini immaginari, sistemi di potere arbitrari e lingue ridotte a vuoti rituali. Insomma, una sorta di paradossale kammerspiel ma nell'immensa vastità di un pianeta fatto solo di sabbia, cielo e carabattole. Film curioso ma non adatto allo spettatore medio; ne consiglio la visione in double-bill con Città zero (1988) per riscoprire un cinema russo capace di notevole ironia e sfida alle istituzioni.

TRIVIA

Georgiy Daneliya (1930-2019) dixit a proposito di come gli abitanti di Pluke siano giunti a questa logica semantica ridotta a pochissime parole, se non una sola: «Hanno eliminato tutte le parole superflue, lasciandone solo una, “koo”, per una questione di praticità. Per non distinguerli in base alla nazionalità […] hanno inventato un dispositivo: il visator […] è praticità: sebbene queste regole sembrino del tutto ridicole, vengono osservate con assoluta serietà. Il risultato? Una società che continua a funzionare per abitudine, molto tempo dopo che la sua logica è crollata.” (Rewindandrevive.com)

⟡ Per i costumi indossati dall'Etsilopp erano necessarie duecento lampade luminose, introvabili nell'Unione Sovietica. Georgiy Daneliya chiese aiuto a Viktor Grishin, allora primo segretario del consiglio comunale di Mosca, per procurarsi le lampade. Ma Grishin rifiutò. Daneliya, in seguito, ha chiesto al futuro presidente russo Boris Yeltsin, che aveva sostituito Grishin in consiglio dopo il licenziamento di quest'ultimo. Il regista riuscì a convincere Eltsin, il quale, alla fine, si procurò le lampade e, in seguito, disse che era stato l'incidente con le lampade a costare il posto a Grishin.

⟡ Etsilopp, la classe di alieni armati che può dominare le classi umili, è, in pratica, la parola russa per polizia scritta al contrario.

⟡ Il film uscì in DVD in Russia ma non ebbe grossa diffusione poiché, per diversi anni, non se ne fece una versione con sottotitoli in inglese.

⟡ Quando zio Vova e Gedevan arrivano a Plyuk, zio Vova inizia a cercare di capire in quale deserto potrebbero trovarsi, e insiste sui deserti in territorio sovietico. Il primo a cui pensano è il Karakum, che occupa circa il 70% della superficie del Turkmenistan.

⟡ I titoli di coda dei film includono un certo Rene Khobua che è stato coinvolto negli episodi, ma non c'era un vero attore con quel nome. In realtà, Rene Khobua era un costruttore georgiano che il regista e lo sceneggiatore Revaz Gabriadze (1936-2021) incontrarono in un albergo mentre lavoravano al film. I due cercarono di modellare la scenggiatura su di lui, portandoselo dietro anche a delle feste; tuttavia, risultò presto chiaro che Khobua non conosceva bene il russo - e la sceneggiatura era scritta in russo - ma per educazione non si lamentava e lodava qualsiasi cosa dicessero il regista e lo sceneggiatore. I due, alla fine, non inserirono l’uomo nel film ma ne inserirono il nome nei credits per ringraziarlo della disponibilità.

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Titolo originale

Id.

Regista:

Georgiy Daneliya

Durata, fotografia

135', colore

Paese:

Unione Sovietica

Anno:

1986

Scritto da Exxagon nel maggio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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