Nero criminale - Le belve sono tra noi
Voto:
Flashback in bianco e nero. Edmund e Dorothy Yates - lui mite e succube, lei più compromessa - vengono condannati e internati per crimini che il film non descrive subito, lasciando che l'immaginazione colmi il vuoto. Nel presente, la coppia, dichiarata guarita, va a vivere in una fattoria isolata alla periferia della città. Edmund (Rupert Davies) garantisce per la moglie con la stanchezza di chi ha smesso di chiedersi se stia dicendo la verità. Dorothy (Sheila Keith) riceve ospiti nella sua cucina, legge i tarocchi, sorride con la naturalezza di una nonna da biscotti ma… poi uccide, trapana i crani e si nutre di ciò che ci trova dentro. Nel frattempo, a Londra, le due figlie della coppia vivono in modi opposti la stessa eredità familiare. Jackie (Deborah Fairfax) è la figlia di Edmund avuta da un matrimonio precedente: una giovane donna combattuta, moralmente integra quanto basta per portare pacchi di carne fresca alla matrigna credendo di poterla tenere sotto controllo. Debbie (Kim Butcher) è la figlia biologica di Dorothy: quindicenne, violenta, già corrotta da qualcosa che le scorre nel sangue.
LA RECE
Horror atmosferico che preferisce il sottotesto alla spettacolarizzazione, costruendo il proprio disagio attraverso sguardi, silenzi e una regia che rinuncia deliberatamente al gore per puntare su un senso di soffocamento progressivo. La performance di Sheila Keith è il cuore pulsante di un film che usa la fattoria periferica come metafora di una società che nasconde i propri mostri dietro la facciata della rispettabilità, e il sistema psichiatrico come emblema di un fallimento non tecnico ma ontologico. Titolo ingiustamente rimosso dal canone dell'horror europeo anni Settanta. Rivalutiamolo.
Horror di fattura non eclatante, e non molto noto, ma che lavora in sordina, scava, lasciando traccia nella memoria dello spettatore. Frightmare di Pete Walker (E sul corpo tracce di violenza, 1974; la Casa delle ombre lunghe, 1983) appartiene a questa categoria: una pellicola che costruisce passo dopo passo una notevole quota di disagio, lasciando che l’effetto venga somministrato non tanto per visione ma per immaginazione. Walker e lo sceneggiatore David McGillivray (Schizo, 1976) costruiscono attorno a questi quattro personaggi un sistema chiuso, senza vie d'uscita. La fattoria periferica è la metafora perfetta di una società che nasconde i propri mostri dietro le tende del salotto: rispettabile in superficie, marcescente nel profondo. La critica al sistema psichiatrico-legale non è mai esplicita, ma preme costantemente contro la struttura narrativa. Non è l'istituzione che ha fallito nel senso tecnico del termine: Dorothy è stata dichiarata sana, le procedure sono state rispettate. Il fallimento è più radicale: è l'illusione stessa della guarigione, del recupero, la fede cieca in un apparato burocratico incapace di confrontarsi con ciò che non riesce a misurare e che non può più essere ricollocato in società, non può più essere normalizzato. La regia di Walker, qui, forse raggiunge il suo apice; egli rinuncia al gore facile e punta sull'atmosfera: una fotografia livida che non concede calore, un ritmo che lascia respirare i dialoghi senza mai perdere la tensione sottostante. Il sangue c'è ma è concentrato in pochi momenti specifici. Il resto è sottotesto e sguardi malsani o disperati; una scelta che eleva il materiale, anche se qualche lentezza di fondo tradisce i limiti di budget e i vincoli dell'epoca. Il film poggia molto sulla performance di Sheila Keith, e a buona ragione: il suo volto, i suoi modi sono, in effetti, i motivi principali per recuperare il film a distanza di decenni. Keith costruisce Dorothy a “strati”, da anziana signora di campagna, poi madre amorevole, poi ancora esoterista, infine mostro. Il passaggio tra questi registri è reso in modo molto fluido, cosa che è, essa stessa, la cosa più inquietante del film. Pur emergendo chiaramente come figure centrali quelle delle due figlie in due posizioni opposte e in contrasto, trovo molto più interessante il ruolo scritto per Rupert Davies, che regge il confronto con la comprimaria con grande discrezione, il quale veste il panni altissimamente patologici di un uomo totalmente dipendente dalla propria compagna, follemente incapace di prendere posizione e di comprendere l'abisso della propria collusione con la patologia della donna. Frightmare, che appartiene alla grande stagione del disincanto cinematografico degli anni Settanta, non propone eroi, non concede redenzioni, non lascia aperta nessuna porta sul futuro. Nero criminale (sottotitolo italiano, come al solito, inutile e sciocco) funziona come un sistema che si chiude su sé stesso, progressivamente, fino a che non rimane spazio per respirare. È un film pessimista nel senso più rigoroso del termine: non come postura estetica, ma come diagnosi. Un titolo ingiustamente dimenticato che merita piena rivalutazione nell'ambito dell'horror europeo del decennio.
TRIVIA
Pete Walker (1939) dixit, sul perché gli piacesse scegliere Shiela Keith nei suoi film dell'orrore: “Sheila Keith era una signora che viveva una vita tranquilla con i suoi cani e i suoi gatti e veniva al lavoro per fare, brillantemente, tutto ciò che le veniva chiesto. Era come una di quelle simpatiche zie anziane che ti avrebbero servito dei tramezzini al cetriolo prima di divorare un arto smembrato, senza battere ciglio.” (IMDb.com)
⟡ Il film che i protagonisti vanno a vedere al loro appuntamento è la Grande abbuffata (1973), che parla di personaggi che decidono di mangiare fino a morirne, un tocco di ironico umorismo vista la trama di Nero Criminale. Tuttavia, i dialoghi che ascoltiamo non sono tratti dal film di Ferreri ma dal precedente film di Walker E sul corpo tracce di violenza (1974).
⟡ Fu l’ultimo film di Rupert Davies.
⟡ Pete Walker ha dichiarato che nonostante l'atmosfera cupa del film, il cast e la troupe sono stati in realtà piuttosto gioviali durante le riprese e si sono divertiti immensamente.
⟡ I critici hanno attaccato Frightmare nelle prime recensioni, citando in particolare non solo il contenuto violento, ma anche vedendo il film come una dura dichiarazione contro i fallimenti del sistema giudiziario. Pete Walker ha dichiarato di ritenere che la controversia abbia solo aiutato il film a ottenere un maggiore successo.
⟡ Nel film, mentre la figlia adottiva (Jackie) e il fidanzato esprimono preoccupazione per l’altra figlia (quella biologica) Debbie, lui dice di non preoccuparsi troppo perché «non mandano più le ragazze di 15 anni in riformatorio»; ma Jackie continua a temere che «potrebbero mandarla ovunque!» Il film di Walker E sul corpo tracce di violenza si basa esattamente su quest'ultimo timore: ragazze ribelli rapite per essere incarcerate in un istituto privato; in quel film, Sheila Keith è nel ruolo della crudele direttrice.
Fast rating

Titolo originale
Frightmare
Regista:
Pete Walker
Durata, fotografia
88', colore
Paese:
UK
Anno:
1974
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nel maggio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

