Viaggia, ragazza, viaggia, hai la musica nelle vene

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Voto:

Droga-movie di Squitieri, lontano dai pasolinismi vari e assortiti ai quali, generalmente, quel sottogenere, almeno da noi, si rifaceva. Il regista, anche alla scrittura, racconta di un mondo della droga lontano dal neorealismo e, piuttosto, fatto di soggetti felliniani, caricaturali e versati in direzione della perversione, anche sessuale. Il titolo debordante lascia intendere sia un’atmosfera un po’ freakettona, sia un viaggio di scoperta, quasi a preconizzare Avere vent’anni (1978). Invece no, qui il viaggio o, meglio, il trip della protagonista è tutto un implosivo dramma intimo al femminile, una reclusione progressiva dentro corpo e mente. Silvia Fontaine (Victoria Zinny), scrittrice di racconti, aveva sposato Giorgio (Raymond Pellegrin) sottraendolo alla sua vocazione di pianista per relegarlo dietro la scrivania di un'agenzia pubblicitaria. Dopo sedici anni di matrimonio e una figlia adolescente, Cristina (Maria Antonietta Tenore), Giorgio sparisce senza lasciare traccia; l'intero film si trasforma in un'indagine privata compiuta da Silvia alla ricerca dell’uomo. La donna, così, passa attraverso una serie di incontri con caricature umane: un anziano insegnante di musica (Vittorio De Sica), la accusa apertamente di aver castrato le ambizioni artistiche del marito, rovinandolo; un ex collega d'ufficio (Leopoldo Trieste), straniato in stile Trieste (cfr. il Medico della mutua, 1968), si rivela poeta in erba ma anche in stato di alterazione. È, però, nello studio di un pittore alcolizzato che la trama compie il salto nel baratro: drogata e abusata dagli allievi dell'artista, Silvia diventa preda facile di Carlo (Dino Mele), figura del sottobosco della droga che la userà anche come corriere. Più avanti emerge Elga (Brigitte Skay), un'altra figura del giro brutto, che porta Silvia ad atti sessuali perversi e la costringe a coinvolgere anche Cristina. Il film abbandona velocemente il binario della droga intesa come “cronaca” per inseguire la dissoluzione (anche percettiva) della protagonista: vermi che brulicano sulla pelle durante una crisi allucinatoria, una macchina da scrivere battuta all'infinito e altre visioni alterate per le quali macchina a mano e montaggio sincopato restituiscono l'incoerenza interiore meglio del dialogo. La Zinny (Fantasma d’amore, 1981) sostiene l'intero edificio con un'interpretazione fisica - diverse scene di nudo integrale - rendendo credibile una discesa nel degrado che la storia, in sé, non riesce esattamente a giustificare, se non come sorta di contrappasso per aver rovinato la vita del marito, se dobbiamo credere alle parole del musicista interpretato da De Sica che, quindi, fungerebbe da didascalia anticipatoria del dramma a venire. Squitieri sembra rivendicare un'audacia tutta sua: trattare l'eroina non come cronaca sociale ma come allegoria della disgregazione domestica borghese, anticipando di un decennio il canone che Amore tossico avrebbe poi imposto al genere nostrano ma anche a quello internazionale (cfr. Christiane F. - Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, 1973). La storia distributiva, poi, ne accentua il fascino come film “maledetto”: la versione integrale subì tagli pesanti e tornò in circolazione sotto il titolo abbreviato la Musica nelle vene, mutilazione che ha contribuito a relegare un po' ai margini della fruibilità la pellicola. Oggi, possiamo tornare a godercelo nei suoi eccessi, soprattutto quelli del finale, quando Silvia incontra la bella e perversa Elga. Resta, comunque, un esperimento sincero anche nei suoi mezzucci exploitation, meno compatto di quanto la materia richiederebbe, ma capace di qualche isolato lampo di cinema estremo. Finale, poi, davvero dark.


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Fast rating

etichetta di valutazione veloce del sito exxagon per i film giudicati di medio livello

Regista:

Pasquale Squitieri

Durata, fotografia

93', colore

Paese:

Italia

Anno:

1973

Generi e Temi

Droga-movie, Sexploitation, Weird

Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0