Anima persa
-
Voto:
Il giovane Tino (Danilo Mattei) arriva a Venezia presso gli zii: il cinico intellettuale Vittorio Stolz (Vittorio Gassman) e sua moglie la silenziosa Elisa (Catherine Deneuve). Il ragazzo scopre presto il segreto: in soffitta è segregato Willy, il folle gemello di Vittorio. Insieme alla bella Lucia (Anicée Alvina), Tino cerca di comprendere i risvolti nascosti della faccenda.
LA RECE
Gotico psicologico morboso e crepuscolare, ambientato in una Venezia grigia e mortifera. Gassman domina con un'interpretazione istrionica al limite della gigioneria, mentre il mistero, pur prevedibile, viene veicolato attraverso un'atmosfera straniante che anticipa Fantasma d'Amore (1981). Film ambiguo sulle "stanze chiuse" e i segreti borghesi, affascinante proprio nella sua natura sfuggente.
Virata di Dino Risi dai suoi classici toni comici verso un tipo di narrazione sinistra e umorale che, qualche anno dopo, avrà in Fantasma d’Amore (1981) un manifesto migliore di quanto realizzato con Anima persa insieme al solito eccellente sceneggiatore Bernardino Zapponi, penna dietro il film dell’81 ma anche di I nuovi mostri (1977), Profondo rosso (1975), il Marchese del Grillo (1981) e moltissimi altri. Il gotico psicologico di Risi, Zapponi e Giovanni Arpino (suo il romanzo e stesso scrittore dietro Profumo di donna, 1974), viene installato in una Venezia non da cartolina ma grigia e mortifera, ben resa dalla fotografia di Tonino Delli Colli, e che trova suo apice nel palazzo Stolz che fra stanze alte e basse, opulente e muffose, diventa chiara estensione architettonica della psiche scissa e del disagio che permea la narrazione. Il "mistero" offerto da Anima persa è, in effetti, prevedibile ma Risi non realizza un thriller classico: l’orrore che veicola è endemico, risuona con una Venezia "cripta" - già da molti descritta con questi toni (cfr. A Venezia... Un dicembre rosso shocking, 1973); la sceneggiatura è verbosa, teatrale, quasi didascalica, ma questa qualità irrealistica contribuisce all'atmosfera straniante. Circa l'atmosfera, le cose funzionano certo funzionano più che nella scrittura: clima morboso, crepuscolare, con momenti di inquietudine genuina che sta fra il mood del succitato film dell'81 e il gotico padano di Pupi Avati. Gassman domina il film con un'interpretazione al limite della gigioneria: istrionico, erudito, folle. Notevole il momento in cui si reca con Tino al casinò. La sua interpretazione divide non solo il gusto del pubblico ma anche la resa attoriale generale, dato che il giganteggiare di Gassman mette in ombra le posizioni degli altri personaggi, scritti e interpretati con più modestia: la Deneuve è correttamente legnosa poiché soggetto svuotato da un trauma che capiremo poi, mentre i giovani protagonisti restano l'anello debole, in quanto poco incisivi. Memorabile, però, il finalissimo, con Tino sulla barca che incrocia Lucia sul ponte e, poiché non si riescono a sentire per la distanza e il rumore della barca, non hanno modo di scambiarsi un recapito per poter rimanere in contatto. Tragiche strade destinate a non incrociarsi più. Insomma, Risi porta nel gotico la sua sensibilità di cronista borghese, creando un dramma sulle "stanze chiuse", sui rumori che vengono dalla soffitta, sulle scale da salire, su cose che ci sono ma che non si vedono finché non si ha un disvelamento drammatico, così come accadrà con Fantasma d'amore. Cose semplici ma rese in modo funzionale. Film ambiguo e, in quanto tale, affascinante. Non capolavoro ma vale la visione.
TRIVIA
Dino Risi (1916-2008) dixit: “Io non sono un nostalgico. Il mio vero amore erano le ragazze e i film mi servivano, qualche volta, per conoscerle. Naturalmente, tra gli oltre 50 che ho diretto, ci sono i miei preferiti, i Mostri, Profumo di donna con il quale ho rischiato di prendere I’Oscar. Lo vinse però Al Pacino, che ora si è tolto anche le occhiaie come Berlusconi, con il remake americano. Ma lo meritava molto di più Vittorio Gassman perché il mio film era più bello. Gli americani avevano dimenticato la storia d’amore che era la cosa più importante.” (Cinematografo.it)
Molte delle scene veneziane vennero, in realtà, girate nei teatri di posa IN.CI.R. De Paolis.
Il racconto scritto da Arpino si svolgeva a Torino, non a Venezia.
La bella attrice Anicée Shahmanesh, in arte Alvina, era figlia del noto compositore iraniano Fereydoun Shahmanesh e di madre francese. Anicée morì prematuramente nel 2006, a soli 53 anni, per cancro ai polmoni.
Fast rating

Regista:
Dino Risi
Durata, fotografia
102', colore
Paese:
Italia, Francia
1977
Scritto da Exxagon nel gennaio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

