Fréwaka

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Voto:

Siubhán, detta "Shoo" (Clare Monnelly), è un'assistente sociale che ha recentemente perso la madre, una donna violenta, in preda al delirio mistico e che non l'ha mai voluta, e si prepara a diventare a sua volta genitrice: la compagna Mila (Aleksandra Bystrzhitskaya) è incinta. Per sfuggire ad un lutto complicato (la madre, peraltro, s’è suicidata), Shoo accetta un incarico in un villaggio remoto: prendersi cura temporaneamente di Peig (Bríd Ní Neachtain), un'anziana psicologicamente fragile. Peig è convinta che entità soprannaturali note come Na Sídhe - i sídhe della tradizione gaelica, creature dell'Altromondo che il folklore irlandese ha tramandato per secoli - l'abbiano perseguitata fin dall'infanzia e continuino a farlo. E il Male sembra avere un vivo interesse anche, e soprattutto, per Soo.


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LA RECE

Folk horror irlandese che intreccia deterioramento psicologico e soprannaturale, esplorando il trauma intergenerazionale femminile attraverso un'estetica cupa e una ricerca folklorica meticolosa. La regista Aislinn Clarke costruisce un'atmosfera densa di simboli (il gaelico, i mummers, la capra cerimoniale) che risuona con il migliore cinema di genere, ma il film non riesce mai a sorprendere davvero né a toccare i nervi più profondi dello spettatore, comunque un'aggiunta rispettabile al folk horror contemporaneo, con un finale carico e un'immagine conclusiva molto suggestiva.

Andiamo a fondo, e facciamolo nel suo doppio senso. D’altra parte, Fréwaka, dal gaelico fréamhacha, significa "radicato in profondità", e di radici (familiari, culturali, psichiche) questo secondo lungometraggio della regista Aislinn Clarke è saturo, immerso com’è in un’Irlanda rurale che non figura in nessuna guida turistica ma che ci risuona piacevolmente, benché ancor più cupamente, con il mondo visto in the Wicker man (1973). Fréwaka non è un film semplice; esso richiede una certa attenzione a partire dall'uso del linguaggio gaelico che obbliga a seguire la sottotitolatura. Ma l’attenzione va prestata anche perché il film gioca su uno scivolamento percettivo della protagonista, una sottile lingua di terra narrativa tra il deterioramento psicologico e l’autentica intrusione soprannaturale. La morte della madre si intreccia progressivamente con l'assistenza a Peig, e la bravura della Clarke sta nel fatto che la sua sceneggiatura non si limita a giocarsi sul settario ed il satanico ma, come in Saint Maud (2019) della londinese Rose Glass, l’orrore si fa discorso molto femminile, scavando strati più profondi: il folklore indigeno degli aos sí, le morti irrequiete dell'eredità materna, la trasmissione intergenerazionale del trauma. Shoo teme di diventare come la madre crudele, anch'ella vittima di psicopatologia, e questa paura è il vero motore del film, più ancora delle presenze spettrali. Sul piano estetico, il direttore della fotografia Narayan Van Maele costruisce un'Irlanda di verdi saturi e grigi oppressivi, nella quale il paesaggio stesso sembra cospirare contro la presenza umana; la cupezza della rappresentazione funziona bene, insieme ad oggetti od angoli domestici (la porta rossa) che diventano varchi per un mondo ipogeo, “altro”, quasi ricordando Lucio Fulci di … E tu vivrai nel terrore, l’Aldilà (1981). Ad una lettura “politica” per il tema di genere e per l’uso del gaelico sistematicamente repressa dal potere coloniale e clericale, si aggiunge la tradizione: i mummers mascherati di paglia del prologo, la capra in abiti cerimoniali - rima visiva col Black Phillip di the Witch (2015) - che qui evoca tradizioni di púca e changeling (cfr. Hole - l'abisso, 2019): sono dettagli che rivelano una ricerca folkloristica meticolosa. Valido anche il sound design che bilancia la colonna sonora ambient della compositrice Die Hexen (Dianne Lucille Campbell... la strega!) con spezzoni di dialogo e rumori accentuati che abitano la casa di Peig. Le interpretazioni centrali sostengono questa pressione atmosferica che progredisce dall'antagonismo alla solidarietà cauta fino a qualcosa che assomiglia ad un delirio condiviso che, poi, scopriremo essere un dolore condiviso. Ciò detto, Fréwaka non riesce a cogliere di sorpresa lo spettatore: evoluzione e colpi di scena si intuiscono a distanza, soprattutto conoscendo il genere di film in questione, ma anche il dramma delle protagonista non riesce ad arrivare sottopelle allo spettatore; il rapporto tra Shoo e Mila rimane un dramma sentimentale deludente rispetto al potenziale della premessa. Questo potrebbe essere il risultato avverso di una scelta che, sulle prime, è apprezzabilissima, ovvero l’uso della lingua gaelica che, tuttavia, come detto, obbliga alla lettura, distraendo emotivamente lo spettatore. Nonostante il limite di non toccare mai profondamente il nervi di chi guarda, Fréwaka è un'aggiunta di tutto rispetto all'albero genealogico del folk horror con gli ultimi venti minuti carichi di orrore e un’immagine finale molto suggestiva. Attenzione anche ai titoli di coda: poco dopo il loro inizio, si ha un’altra scena ancora di grande valore rispetto ad un senso di circolarità del dramma, lasciando intendere che la risoluzione del film è solo provvisoria e che gli aos sí, come il trauma stesso, persistono nelle loro antiche predazioni.

TRIVIA

Aislinn Clarke dixit: “Sì, quindi in Irlanda abbiamo qualcosa chiamato Na Sídhe, che in altre culture verrebbe tradotto come fate ma se dico fate pensate a Trilli, la gente pensa a piccole cose carine e dolci. Le fate irlandesi non sono affatto così: sono malvagie, quasi demoniache, vogliono farci soffrire. Questo è il tema pervasivo delle fiabe irlandesi. Vogliono creare sofferenza e dolore per il popolo irlandese. […] Perché vogliono farci passare tutto questo? La mia opinione è che […] erano qui prima di noi e poi siamo arrivati qui noi e li abbiamo spinti sottoterra. Li abbiamo spinti nell'aldilà, il luogo mitico, e sono incazzati e vogliono che soffriamo. Quindi, è come se noi, come popolo colonizzato, avessimo creato questa razza di colonizzati per esprimere ciò che non potevamo. Potevamo esprimere attraverso l'arte e le storie ciò che provavamo attraverso di loro, e questo ha una sorta di elemento masochistico e autolesionista che è anche estremamente irlandese. È come se stessimo indossando un cilicio o creando una verga per picchiarci la schiena.” (Horrorhomeroom.com).

⟡ Nessun dato, per ora.

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Titolo originale

Id.

Regista:

Aislinn Clarke

Durata, fotografia

103', colore

Paese:

Irlanda

Anno

2024

Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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