the Long Walk

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Il sesto romanzo pubblicato da Stephen King, uscito originariamente sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. King aveva iniziato a scriverlo già negli anni '60, certamente influenzato dalla tragedia della guerra in Vietnam; tanto che "The Long Walk" viene unanimemente letto come una spietata critica allegorica a quel conflitto. Lo scrittore, tuttavia, ha precisato di non aver concepito il libro concentrandosi espressamente sulla guerra in Estremo Oriente; un dramma che, ad ogni modo, in quel periodo permeava immancabilmente e inconsciamente il sentire dell’opinione pubblica. Si tratta di un’opera cupa, non l'unica di quel periodo, che immagina un futuro prossimo in cui il collasso socioeconomico ha partorito regimi autoritari. Un sistema spietato, capace di somministrare spettacoli sanguinari - il proverbiale panem et circenses - sia come anestesia collettiva, sia come folle strumento motivazionale per una popolazione impaurita ed emarginata. A metà degli anni 2000, Frank Darabont (the Mist, 2007) ha acquistato i diritti del romanzo, con l'intenzione di realizzare il film ma, dopo molti anni di insuccessi, i diritti sono scaduti. È emblematico che il 2025 ci consegni ben due adattamenti da quella stagione kinghiana: The Running Man firmato da Edgar Wright, e questo The Long Walk di Francis Lawrence, regista che con la saga di Hunger Games (Hunger Games: La ragazza di fuoco, 2013) si è fatto esperto di distopie e ragazzi che le combattono. Conta poco, in questo caso, il classico paragone con il testo di riferimento, dato che lo stesso King si fa produttore esecutivo e dà, quindi, il suo placet alla re-visione dello sceneggiatore JT Mollner (Strange darling, 2023). Il soggetto è cinicamente semplice: in un'America alternativa e depressa degli anni Settanta, cinquanta ragazzi (nel romanzo erano cento) rappresentano ciascuno il proprio Stato in una gara annuale. Devono camminare lungo strade provinciali senza mai scendere sotto le tre miglia orarie (quattro nel libro); tre avvertimenti se i giovani contravvengono alle regole, poi i soldati che li scortano armati di M16, tipico mitra usato in Vietnam, li abbattono senza cerimonie. Notare, come peso cinico, che sovente è una soldatessa ad agire da boia. Al centro del racconto si stagliano Raymond Garraty (Cooper Hoffman, figlio di Philip Seymour Hoffman), ragazzo sensibile e ancorato all'immagine materna (Judy Greer), e Peter McVries (David Jonsson), grintoso, ironico, ostinatamente ottimista. Attorno a loro gravitano lo spiritoso Olson (Ben Wang, già visto in Karate Kid: Legends) e l'imprevedibile Barkovitch (Charlie Plummer), archetipo del giocatore che sabota gli avversari per sopravvivere. La sceneggiatura di JT Mollner, inserita in un meccanismo sociale che premia l'egoismo, trova la sua vena migliore nel legame amicale fra i protagonisti. Un tema di per sé forse facilone, ma che crea un ottimo contrasto con quel purgatorio che si rivela essere la lunga marcia. Quest'ultima attraversa scenari che richiamano la narrativa di Steinbeck (Furore): vetrine vuote, chiese abbandonate, figure femminili in lutto perenne. È un'America in cui la povertà spinge a cercare significato persino in un omicidio istituzionalizzato. Una nazione che si srotola sotto i piedi dei giovani protagonisti come un territorio bisognoso di grandi aiuti e impegno, ai quali il potere risponde con l'assurdità di una marcia forzata. Tutto ciò richiama le teorie esposte da Erich Fromm in "Fuga dalla libertà", in cui si descrivono sudditi pronti a rifugiarsi sotto un'autorità sadica pur di neutralizzare l'angoscia della scelta. Non è difficile intuire, quindi, che la marcia rappresenti la coscrizione militare portata alle sue estreme conseguenze concettuali: il teatro del sacrificio giovanile ordinato dall'alto e consumato pubblicamente, in diretta. Le morti, quando arrivano, sfiorano le vette splatter tipiche dei film di guerra (e della guerra vera!): crani polverizzati e gambe stritolate dai cingoli, restituendo appieno la devastazione psichica che ciascun ragazzo assorbe assistendo alla fine del compagno. Il Maggiore, interpretato da Mark “Skywalker” Hamill, è l’incarnazione impersonale di questa distopia: un uomo del quale non vediamo mai gli occhi e che inneggia, come un megafono, a valori patriottici e a una resistenza cieca. Se l’atmosfera e l'ambientazione funzionano bene, non passano inosservate alcune leggerezze narrative che, forse, sono state programmate appositamente per aumentare il senso di bizzarria e alienazione. Ad esempio: se questo è davvero l'evento nazionale che il film suggerisce, dov’è il massiccio sguardo dei media che dovrebbe consacrarlo? E ancora, come può il finale risultare così liberatorio, se fino a quel momento l'opera aveva lasciato intendere la totale inattaccabilità del sistema repressivo? D’altra parte, Stephen King non è nuovo a fare delle amicizie giovanili e dei meccanismi di crescita personale (Stand by Me, 1986; It, 1990, per citarne due noti) il vettore più forte in una storia fatta essenzialmente di passi e parole; l'amicizia diviene così l'unica forma di resistenza possibile in un sistema distopico e disumano. The Long Walk non è certo un film epocale e, per fattura, temi e risoluzione, si rivolge soprattutto a un pubblico mainstream. Verrà apprezzato proprio per quegli stessi fattori che faranno storcere il naso a chi ne troverà indigesta la vena buonista; senza dimenticare, in ogni caso, che lo stesso King ha approvato questa rilettura.


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Titolo originale

Id.

Regista:

Francis Lawrence

Durata, fotografia

108', colore

Paese:

USA, Canada

Anno:

2025

Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0