Men
Voto:
Harper (Jessie Buckley), segnata dal violento suicidio del marito James (Paapa Essiedu), un uomo ricattatorio che aveva minacciato di togliersi la vita se lei non avesse rinunciato al divorzio, si rifugia in una villa isolata nella campagna inglese per elaborare il trauma. Il luogo sembra un eden di quiete: boschi densi, prati saturi di verde, un silenzio quasi magico. Ma il villaggio cela qualcosa di perverso che si fa strada, sulle prime, con la presenza di un uomo nudo che si aggira in zona e arriva persino a violare la proprietà privata di Harper. L'unica voce amica è quella di Riley (Gayle Rankin), l'amica lontana raggiungibile solo per telefono, in chiamate che si interrompono sempre nel momento peggiore.
LA RECE
Horror psicologico-folk che trasforma il paesaggio rurale inglese in un teatro del trauma femmina-maschio, quest’ultimo ad incarnare infinite declinazioni di una violenza strutturale. La regia è sofisticata, il design sonoro interessante, la fotografia di una bellezza rimarchevole; Jessie Buckley regge il film con una presenza di rara intensità ed una femminilità non ostentata ma avvertibile, come deve d’altronde essere, visto il tema. La seconda parte del film, però, cede sotto il peso della propria ambizione e faziosità.
Men è un film divisivo, e divide pure me. Alcune sue sequenze colpiscono con un'efficacia rara, e mi riferisco sia ad alcuni quadri estetici e fotografici offerti, sia anche ad alcuni dialoghi, indubbiamente resi con efficacia e corretti dal punto di vista psicologico. Risulta, tuttavia, indigesta una certa deriva narrativa che tende ad appiattire la mascolinità in un'unica categoria indifferenziata, riecheggiando gli afflati woke e, in ciò, risultando un film exploitation se con exploitation si intende - e questo è il significato vero di exploitation! - la tendenza di un prodotto artistico a sfruttare (to exploit) ciò che in un determinato contesto sociale e culturale la gente richiede, ovvero exploitation nel senso di prodotto commerciale fatto per farsi comprare poiché costruito su una risaputa domanda del pubblico. E credo sia proprio da qui che conviene iniziare, cercando di salvare il film da sé stesso. Si vuole sperare che Garland, anche penna in sceneggiatura, non intenda davvero ridurre l’interazione uomo donna a quel gioco mostrato di mostruosa entità vittima del desiderio e della ricerca di amore (l’uomo) - notare la frase finale “voglio che mi ami” - versus la donna, disgraziata vittima della suddetta vittima. Mi pare una lettura derelitta, “no future” ma anche molto disonesta psicologicamente perché appiattisce in modo assurdo le peculiarità e le individualità. Di uomini e donne, ben inteso. Più produttivo è leggere Men, in primis, come un folk horror, quale in effetti è, con questo Green Man di tradizione britannica, entità dei boschi, del rinnovamento e della fertilità, richiamo al fauno, o satiro, simbolo di selvatichezza, istintività e copula, visto l’abitudine di importunare le ninfe dei boschi (da cui il termine "satiriasi", vecchia definizione di ipersessualità maschile). Poi c’è il dramma di una relazione tossica al punto da vedere un uomo che, oltre a malmenare la compagna, le addossa preventivamente la colpa del suo imminente suicidio e, ciò, in quanto lei desidera il divorzio; cosa che, come giustamente Harper spiega alterata dall'esasperazione, è già motivo sufficiente di divorzio. E il film offre, in questo senso, un punto di partenza solido. Il primo scontro tra Harper e il marito è costruito con chirurgica lucidità. Da lì si dirama tutto il resto ed il resto è tanta, forse troppa carne al fuoco. La prima parte è da manuale del genere. Garland costruisce il senso di minaccia con una lentezza che oggi in pochi si concedono: sfrutta l'eco di un tunnel ferroviario abbandonato - da cui nasce letteralmente parte della colonna sonora, composta da Geoff Barrow e Ben Salisbury —, con una Harper che fa echeggiare la sua bella voce femminile nel fresco ombroso, quasi fosse una ninfa dei boschi o delle fonti (e l’acqua non manca!), finendo, non a caso, per evocare/eccitare il “satiro”. La fotografia, con i suoi verdi quasi innaturali e la luce radente della campagna inglese, trasforma il paesaggio in un correlato oggettivo della trascendenza della situazione, quasi fosse in presa ad uno stato lisergico da sabba pagano. Jessie Buckley, che otterrà il suo grande momento con Hamnet (2025) e la Sposa! (2026), offre una prova di rara intensità in buona rappresentanza di una femminilità attraente ma “normale”: il suo corpo porta il peso del trauma senza mai scivolare nell'isterismo, costruendo un personaggio che elabora il lutto attraverso la percezione distorta del reale. In questo luogo rurale e comune ma, al contempo, disconnesso dal contesto comune e perso in una sorta di libo ancestrale, abita Rory Kinnear, straordinario nel moltiplicarsi in identità distinte - ognuna con la sua specifica qualità di minaccia, dalla condiscendenza del religioso alla violenza del bruto - mantenendo in ciascuna di esse qualcosa di irriducibilmente inquietante. Il problema principale di Men, tuttavia, è che dopo una prima ora di rara potenza, comincia a sfilacciarsi. La metafora della mascolinità tossica, già esplicita nella scelta di affidare tutti i ruoli maschili a un unico attore, viene sovraccaricata fino a diventare didascalica per alcuni fattori, ed ermetica per altri. La replicazione a catena del maschio parla di un problema che si auto-genera, rendendo gli uomini, in fondo, gli uni uguali agli altri; il mito archetipico del Green Man ci dice che il codice tossico del maschio è strutturale, appunto archetipico. Quindi, il maschile non sarebbe una pluralità di individui ma un'unica entità che cambia maschera pur restando irrimediabilmente la stessa, nella sua micro- e macro- aggressività. Questionabile alquanto, ma questo non è il luogo della diatriba. Più profondo e interessante, invece, lo scambio di battute terminali: “Che cosa vuoi tu da me?” “Il tuo amore”, che dice molto sulle insicurezze, sulle strumentalità, sui ruoli, sulle aspettative, e sul modo di cercare di convivere con traumi e problemi. E ho trovato intelligente, benché un filo frustrante, che la tesi del film finisca sospesa, irrisolta, chiusa da sguardi e sorrisi leggeri. Cosa c’è da fare? Come lo si può fare? Il risultato finale è quello di un film con immagini memorabili, momenti di body horror efficacissimi ma il tutto per veicolare un messaggio fazioso e furbetto nella sua volontà di colludere con un certo sentire sociale (colpo di tosse… woke… starnuto… metoo!). Elevated horror di certo, tantopiù che esce dal cilindro della A24 (Hereditary, 2018; Midsommar, 2019; Bring her back, 2025), Men è un film che non delude se si cerca qualità visiva e impatto epidermico - cosa comune per i body horror - ma che lascia maggiori perplessità sul piano narrativo e concettuale, il che non significa che sia opera sgradita o sgradevole. Visione, comunque, consigliata.
TRIVIA
Alex Garland (1970) dixit: “Ho scritto la prima sceneggiatura su questo argomento circa 15 anni fa. Ci lavoravo mentre scrivevo mentre Non lasciarmi (2010). L'ho riscritta quattro o cinque volte nel corso degli anni. Non ricordo bene, è passato così tanto tempo, ma tutto è iniziato con l'immagine dell'Uomo Verde che si trova nelle chiese, nei nomi dei pub o nascosta in elementi architettonici. […] #MeToo è stato come una lente d'ingrandimento che ha focalizzato l'attenzione di molte persone, ma a quanto ricordo - ho 52 anni - c'era già interesse per queste tematiche prima del movimento e c'era molta consapevolezza dei problemi ad esse correlati. È il genere di cose di cui avrebbero potuto parlare i miei genitori negli anni '70. Avrebbero usato termini leggermente diversi, ma si sarebbero riferiti esattamente alla stessa cosa. Si potrebbero trovare moltissimi scrittori, commentatori o attivisti che ne parlano. (Bfi.org).
⟡ Men è stato girato a St Katharine Docks, Londra, e in alcune zone del Gloucestershire, tra cui Withington, utilizzata come location per Cotson; e in un tunnel nella Foresta di Dean. La passeggiata nel villaggio si snoda lungo la linea ferroviaria dismessa Wye Valley Greenway Tidenham fino a Tunnel South, un tunnel lungo 1 km aperto al pubblico da aprile a settembre.
⟡ Che il film lavori su principi archetipici, lo si capisce, tra l’altro, dal fatto che il primo gesto di Harper, una volta arrivata alla casa per le vacanze, è quello di cogliere una mela dall'albero in giardino e mangiarla, un'azione che ricorda il gesto di Eva. Non a caso, Geoffrey la rimprovera per aver mangiato il "frutto proibito".
⟡ Sonoya Mizuno fa un cameo nel ruolo di un'operatrice di polizia. Mizuno è l’attrice feticcio di Garland, infatti appare in Ex Machina (2014) e Annientamento (2018).
⟡ Le illustrazioni esposte nel pub sono opera della famosa caricaturista britannica Beryl Cook, che predilige i personaggi femminili in generale, mentre i personaggi maschili (presenti solo in circa tre quarti delle sue opere più famose) sono solitamente relegati a ruoli secondari di minore importanza, proprio come nel film.
⟡ Il simbolismo dei denti di leone o, meglio, del suo soffione, è significativo. I denti di leone si riproducono asessualmente attraverso un processo chiamato agamospermia, un tipo di partenogenesi: Il tarassaco produce semi vitali che sono geneticamente identici alla pianta madre, il che significa che tutti i denti di leone sono cloni di un esemplare iniziale. Questo è un indizio su ciò che verrà mostrato alla fine del film.
⟡ Sui lati contrapposti dell'altare della chiesa, due sculture raffigurano simboli assai noti in Inghilterra: l'Uomo Verde e la Sheela na gig. Rappresentazione di un'antica divinità maschile della natura o spirito silvestre, l'Uomo Verde compare sia su edifici religiosi che laici in tutto il mondo, frequentemente ritratto con un volto composto di fogliame. Sebbene le sue origini non siano del tutto chiare, questo simbolo indica generalmente la rinascita, in special modo il ciclo stagionale di crescita e decadimento. Quanto alla Sheela na gig - il cui nome, si presume, significhi "Giulia dai seni" in irlandese - le sue sculture si trovano principalmente in Europa, con particolare concentrazione in Irlanda, e ritraggono solitamente una donna nuda con seni e vulva esposti. Sull'età e sulla funzione di tale figura esistono teorie diverse: la maggior parte delle opere risale all'XI secolo, ma alcuni studiosi ne sostengono l'origine celtica, precedente al cristianesimo, come emblema di fertilità o parto, oppure come rappresentazione di una dea madre pagana. In periodi successivi, il simbolo potrebbe essere servito come ammonimento religioso contro la lussuria peccaminosa o come mezzo per allontanare gli spiriti maligni. Le letture contemporanee interpretano la Sheela na gig come emblema di emancipazione femminile (impiegata diffusamente durante il referendum irlandese sull'aborto del 2018) e di accettazione del proprio corpo.
⟡ Il vicario cita ad Harper la poesia "Leda e il cigno" e si riferisce a se stesso come "il cigno": il cigno nella poesia è Zeus mutato che ha assunto tale forma per violentare una donna umana, non diversamente dall'apparente scopo della misteriosa entità.
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Titolo originale
Id.
Regista:
Alex Garland
Durata, fotografia
100', colore
Paese:
UK, USA
2022
Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

