Bring her back: torna da me

Voto:

Andy (Billy Barratt) e Piper (Sora Wong), fratellastri orfani dopo la morte del padre, vengono affidati a Laura (Sally Hawkins), psicologa ed ex assistente sociale devastata dalla perdita della figlia. I ragazzi divengono pedine inconsapevoli della donna che ha bisogno di loro per portare a termine un rituale di necromanzia che farebbe trasmigrare l’anima della figlia nel corpo di Piper; anima che, nel frattempo, soggiorna nel corpo di Ollie (Jonah Wren Phillips), bambino catatonico ridotto a creatura necrofaga e muta dalla follia materna di Laura.


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LA RECE

Opera visceralmente cupa che indaga lutto patologico e maternità deviata attraverso il psycho-biddy horror. Sally Hawkins è straordinaria nel costruire una Laura che pratica il disimpegno morale selettivo, trasformando atrocità in gesti d'amore materno con performance che bilancia mostruosità e la tragedia di elaborare simbolicamente la perdita, con effetti pratici notevoli e una fotografia funerea efficace.

Danny e Michael Philippou tornano con un'opera che abbandona la febbre adolescenziale da social media (Talk to Me, 2023) per addentrarsi in territori assai più viscerali, opprimenti e decisamente psicologici per indagare il lutto patologico e la maternità deviata. La struttura narrativa dialoga apertamente Cimitero vivente (1989) e la recente stagione dell'elevated horror inaugurata da Hereditary (2018), inscrivendosi, inoltre, anche se questo è meno evidente, nel genere psycho-biddy, ovvero nel geriatric horror: benché la protagonista Laura sia lontana dalla terza età e dall'essere un ex stella hollywoodiana, tuttavia, come Misery, è una donna non più giovane, folle e violenta, capace di stimolare nello spettatore un vissuto anti-empatico, sovvertendo la canonica ottica attraverso la quale si guarda alla donna e alla maternità. Ad una prima ispezione, l’elemento più perturbante del film sembra essere incarnato dal piccolo Ollie, presenza che evoca sia i bambini mostri-fantasmi del j-horror (Dark water, 2002), sia la tradizione europea del “changeling” (Hole - L'abisso, 2019) il cui folklore ci racconta che un bambino può essere sostituito da un'entità demoniaca figlia del “popolo dei boschi”. Sul piano psicologico, poi, Ollie incarna la materializzazione dell'oggetto parziale kleiniano: non più bambino ma proiezione fantasmatica dei desideri materni impossibili, corpo svuotato di soggettività e riempito di fame divorante. Ad uno sguardo più attento e interessato - alla psicologia, appunto - è il personaggio interpretato superbamente da Sally Hawkins ad essere il più perturbante. L'attrice, qui, rovescia completamente il registro emotivo che l’ha resa nota al largo pubblico (La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky, 2008; la Forma dell’acqua, 2017) trasformando la fragilità in manipolazione psicologica pervasiva. La sua performance, come detto, richiama la tradizione delle "donne pericolose" del cinema classico - da Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane (1962) a Kathy Bates in Misery non deve morire (1990) - ma aggiunge una dimensione di disperazione materna che rende il personaggio insieme mostruoso e tragico. Lo spettatore vede Laura praticare un "disimpegno morale selettivo": la donna giustifica atti atroci ricodificandoli come gesti d'amore materno, creando una distorsione cognitiva che la rende genuinamente convinta della bontà e necessità delle proprie azioni. Ma la natura psicopatica dell’agire di Laura trova evidente manifestazione nella putredine dei cadaveri che si tiene in casa, nell'automutilazione e nella necrofagia; questi momenti, lungi dall'essere gratuiti, operano come manifestazioni concrete del dolore psichico trasformato in danno corporeo. Il corpo violato e disgregato diviene cifra dell'impossibilità di elaborare simbolicamente la perdita, costringendo il lutto a incarnarsi. Letteralmente. In assonanza con questo, la regia dei Philippou privilegia una fotografia funerea costruita su palette desaturate - cosa, comunque, ormai d’abitudine nel cinema horror - e illuminazioni crepuscolari che enfatizzano l'isolamento spaziale. La casa di Laura - la casa della strega nel bosco - diviene spazio liminale tra domesticità e luogo dell’incubo, isolato e dalla temporalità sospesa, cosa alla quale si accoda l’uso dei VHS come medium (agée) dei video ritualistici (cfr. Sinister, 2012; the Ring, 1998). Tecnicamente, gli effetti speciali raggiungono livelli notevoli di efficacia, in primis il coltello in bocca di Ollie e, poi, lo stesso che addenta il tavolo. Convincente anche Sora Wong, ipovedente anche nella vita reale, che offre una prova convincente, evita pietismi e restituisce a Piper complessità psicologica. Ben fatto, anche se qualcuno è rimasto scontento, il fatto che non venga mai del tutto chiarito il rituale della trasmigrazione dell'anima; ciò lascia alla fantasia dello spettatore l’inquietante retroscena non solo delle procedure magiche ma anche del percorso doloroso della psicologa - titolo professionale che rende ancora più estremo il suo comportamento - che, distrutta dal dolore, finisce per ricercare soluzioni e persone estreme. Il finale sentimentale non minaccia il generale tono orrorifico del film, né porta a rileggere con tolleranza (né dovrebbe) le brutalità compiute da mamma Laura. Resta, invece, il piacere di un film che, con il linguaggio di un horror che non va per il sottile, articola la descrizione di dolori psicologici profondi, pur rimanendo una fiaba nera e non il documento di denuncia per la dabbenaggine negli affidamenti di minori o un serio studio clinico su un caso di lutto complicato persistente. Buon film, interessante anche ad una seconda visione.

TRIVIA

Danny Philippou (1992) dixit: "Sapevamo di voler creare un personaggio con cui provare un'empatia sgradevole. Qualsiasi personaggio che scriviamo e creiamo potrebbe esistere in un film drammatico senza gli elementi horror. […] Vuoi che le persone sembrino reali perché nessuno è un vero cattivo. Penso che sia grandioso come Sally ha affrontato la cosa non attraverso la lente dell'horror, ma basandosi strettamente sul personaggio che ha perso la sanità mentale. È stato fantastico vedere come l'ha interpretata". (Collider.com)

⟡ Sora Wong non aveva "nessuna esperienza" di recitazione professionale prima di essere scelta per il film. Sua madre si è imbattuta in un annuncio di casting su Facebook che cercava una bambina ipovedente. Wong è cieca con l’occhio sinistro e ha una vista molto debole con quello destro.

⟡ Le riprese sono durate solo 41 giorni.

⟡ Il film è stato girato a Melbourne, in Australia, e in alcune scene sono stati utilizzati luoghi reali, come la casa di Laura, che è una vera abitazione privata.

Fast rating

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Titolo originale

Bring Her Back

Regista:

Danny Philippou, Michael Philippou

Durata, fotografia

104', colore

Paese:

Australia

Anno

2025

Scritto da Exxagon nel febbraio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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