Seeds

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Contestualizzare è necessario. Sempre. Per comprendere Seeds bisogna partire dal palcoscenico, non dallo schermo. Andrew J. Milligan, nato nel 1929 a St. Paul, in Minnesota, approda a New York dopo il congedo dalla Marina, recita, cuce costumi, apre una boutique e frequenta il formicaio dell’off-off-Broadway, dal Caffe Cino a La MaMa, dove allestisce Lord Dunsany e Genet. Il suo cinema nasce come prolungamento di quel teatro povero: Vapors (1965), mezz’ora in bianco e nero dentro un bagno turco gay, girato a spalla con una Auricon a 16 mm sull'esempio di Warhol; poi, dal 1966, un flusso di titoli per il mercato sexploitation, impressionati su scampoli di pellicola avanzata. Il terreno commerciale era quello dei roughie, il sexploitation che, tra Olga's House of Shame (1964), Bad girls go to hell (1965) e the Touch of her flesh (1967), sposta il sesso dalla commedia alla violenza. Parlare di avanguardia, però, è errato: Milligan non appartiene al giro dei “colti”, anche se ne condivide mezzi, marginalità e cocciutaggine; la differenza fondamentale è che per i primi lo stile rappresentativo era una scelta, quella di Milligan, invece, era una necessità convertita in stile. Unità di luogo, inquadrature sbilenche, zoom e panoramiche a strappo, attori di terza fila. Io, come molti altri, visiono una versione del film che venne rimontata dal distributore William Mishkin come Seeds of Sin, con più sesso (softcore) e controfigure innestate a forza. Il Natale riunisce nella casa dei Manning una prole che la madre Claris (Maggie Rogers), alcolizzata e inchiodata alla sedia a rotelle, liquida come un raccolto avvelenato dall'eccesso di indulgenza (il titolo ammicca al film the Bad seed, il Giglio nero, 1956). A convocarla è Carol (Candy Hammond), ninfomane, legata da sempre al fratello Michael (Anthony Moscini), oggi prigioniero di un matrimonio riparatore; ci sono poi Matthew (Neil Flanagan), prete nevrotico e abusante, e il giovane Buster (Gene Connolly), espulso da ogni collegio militare, piromane, ricattatore, invaghito del Terzo Reich e, a sua volta, vittima del fratello. Intorno, mogli, fidanzati, domestici che già fiutano l’eredità e un medico abortista che alla vecchia somministra trasfusioni settimanali. Un assassino inizierà ad eliminarli. Sembra il plot di un banale slasher. In realtà, l’impianto è più quello del dramma della famiglia borghese: non dimentichiamoci che siamo nel 1968, lo stesso anno de la Notte dei morti viventi e di Rosemary’s baby. La rilettura di Milligan, però, è unica nel suo genere, da alcuni vissuta come cult imperdibile, per altri l’ennesimo melodramma familiare con nudi a basso costo e una terribile tecnica registica. Il giudizio onesto, come il più delle volte, sta nel mezzo, senza però dimenticare che Milligan viene indicato come uno dei peggiori registi statunitensi di sempre, insieme a Ed Wood Jr. Il film non possiede la follia gotica della Camera della tortura (1969) né la ferocia carnevalesca di Macellai (1970), ma ha dalla sua questo pazzesco circo di famiglia disfunzionale governata da una matriarca alcolista e pazza, un giro di persone esecrabili; peraltro, gli inserti erotici (lontani dall'essere erogeni) furono pensati per moderare i toni cupi del racconto che, qui e lì, in effetti, sono rilevabili. Film da circuito grindhouse poco visto pure in USA e, qui da noi, comprensibilmente sconosciuto; oggi, un film dimenticato quasi da tutti: visione scarsamente consigliata anche a coloro che sono in cerca di reperti; tuttavia, per chi legge la serie B come sismografo del sottosuolo filmico, Seeds potrebbe rappresentare una curiosa scoperta. Personalmente, i momenti nei quali Maggie Rogers (1905-1970) era davanti alla macchina da presa a berciare e insultare tutti avevano una curiosa forza visiva ma, ripeto, trattasi di cinema per pochi.


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Titolo originale

Id.

Regista:

Andy Milligan

Durata, fotografia

84', b/n

Paese:

USA

Anno:

1968

Generi e Temi

Sexploitation, Mystery

Scritto da Exxagon nel novembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0