la Sfinge del male
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Voto:
Londra, 1907. Ivy Lexton (Joan Fontaine), ambiziosa moglie di un modesto proprietario terriero, aspira disperatamente all'alta società. Innamorata del ricco Miles Rushworth (Herbert Marshall), progetta l'omicidio del marito (Richard Ney) con l'aiuto involontario dell'ingenuo dottor Roger Gretorex (Patric Knowles). Quando il piano minaccia di crollare, Ivy non esita a sacrificare anche il medico, orchestrando una trama per incastrarlo.
LA RECE
Noir d’antan e atipico che trasporta l'oscurità morale del genere nell'Inghilterra edoardiana, con Joan Fontaine nei panni di una femme fatale psicopatica. Il film gioca sull'angoscia dell'inevitabile: lo spettatore, unico “complice” della protagonista, osserva con crescente tensione il freddo dispiegarsi di un piano criminale celato dietro una maschera di grazia e rispettabilità. Noir che cattura con lucidità lo spirito del genere - disillusione, cinismo, impulsi primitivi sotto la patina della civiltà - con i ritmi lenti e misurati tipici del cinema degli anni Quaranta.
Se penso al cinema noir degli anni Quaranta, la mia immaginazione corre immediatamente alle strade notturne bagnate dalla pioggia, ai detective dal cappello floscio, alle sigarette un po’ sguince e alle ombre minacciose dei vicoli metropolitani. La sfinge del male sfida questi miei stereotipi, trasportando l'oscurità morale del noir nell'apparentemente rispettabile società inglese di inizio Novecento. Al centro della narrazione, si staglia la bellissima Ivy Lexton, interpretata con gelida maestria da Joan Fontaine. L'attrice, fino ad allora identificata con personaggi vulnerabili e romantici - si pensi alla timida seconda moglie di Rebecca, la prima moglie di Hitchcock (1940) - qui capovolge completamente il proprio registro: la sua Ivy è una creatura affascinante quanto velenosa, consumata dall'avidità e dall'ambizione sociale. Sposata a un marito che non può garantirle il lusso a cui aspira, ella non esita a pianificare l'omicidio perfetto pur di conquistare un facoltoso pretendente. Ciò che rende il personaggio particolarmente inquietante è la sua totale assenza di rimorso, il suo universo morale è interamente collassato sull'asse del proprio desiderio, senza alcuna capacità empatica o senso di colpa. Non solo elimina chi le è d'ostacolo ma orchestra con freddo calcolo un piano per incastrare il proprio amante, un medico ingenuo interpretato da Patric Knowles. La sua arma? Un sorriso innocente e una bellezza che nasconde un vuoto morale assoluto, in ciò appaiandosi in un perfetto double-bill con Ellen Berent interpretata da Gene Tierney in Femmina folle, uscito nelle sale solo due anni prima. Il film di Sam Wood si inserisce, non a caso, in quella corrente del noir classico che esplora la figura della femme fatale come incarnazione dell'ansia maschile del dopoguerra. Tuttavia, Ivy rappresenta qualcosa di più perturbante: non è semplicemente la seduttrice che usa la propria sessualità come arma, ma una psicopatica calcolatrice il cui fascino esteriore maschera un'assenza totale di coscienza morale. Queste figure della femminilità nel noir, molto intriganti sia narrativamente che psicologicamente, sembrano incarnare il terrore dell'Altro Indecifrabile: Ivy sorride, si muove con grazia nei salotti vittoriani ma dietro quegli occhi c’è un predatore sociale che mimetizza perfettamente le convenzioni della rispettabilità. La scelta di ambientare questa oscurità nell'Inghilterra edoardiana non è casuale: l'epoca vittoriana ed edoardiana, con la loro ossessione per le apparenze e il decoro sociale, offrono il terreno perfetto per esplorare la dissociazione tra superficie rispettabile e abisso morale. L'ipocrita rigidità della società diventa il paravento dietro cui si consuma il crimine. Dal punto di vista visivo, il film, che un tempo doveva risultare visivamente ricco per la cura del direttore della fotografia Russell Metty - che collaborerà successivamente con Douglas Sirk in capolavori del melodramma come lo Specchio della vita (1959) - oggi appare decisamente più essenziale, benché non manchino gli attesi chiaroscuri per una storia che narra delle ombrosità della psiche. La regia di Wood esalta, come ovvio, il volto della star, catturando l’ambiguità delle sue espressioni che sono mostrate solo allo spettatore, quindi unico “complice” delle sue malefatte, mentre il resto dei protagonisti la reputa un angelo di fragilità. L'angoscia, quindi, in una narrativa per quale tutto è già svelato allo spettatore, deriva non dall'ignoto ma dall'inevitabile, ovvero dall'osservare una protagonista malvagia che realizza progressivamente il suo disegno (cfr. Angel Heart, 1987; Seven, 1995). Senza svelare troppo, il destino di Ivy segue, in apparenza, i dettami morali del codice di censura Hays che vigeva un tempo negli States. In realtà, il castigo che attende la donna sembra, più che una punizione morale, l'inevitabile conclusione di un'esistenza consumata dal desiderio insaziabile; è il vuoto che divora se stesso, in perfetto stile noir. E notare il sottile rimando al tema del “cursed object”, ovvero dell’oggetto (forse) maledetto posseduto da Ivy, ovvero una spilla posseduta una volta da Maria Antonietta, quasi a porre un certo parallelo di amoralità e destino infelice. Noir non molto visto già da qualche decennio e ora colpevolmente dimenticato. Peccato. Si tratta di un film che, pur mancando degli elementi iconografici più riconoscibili del genere, ne cattura perfettamente lo spirito: la disillusione, il cinismo, la convinzione che sotto la patina della civiltà si nascondano impulsi primitivi e distruttivi. Da recuperare assolutamente ma, attenzione, qui i tempi del cinema degli anni Quaranta ci sono tutti; per me un pregio, per molti altri una noia.
TRIVIA
Joan de Beauvoir de Havilland “Fontain” (1917-2013) dixit: “Sono una persona molto affettuosa e nessun uomo è mai riuscito a soddisfare il mio bisogno di affetto meglio dei miei cani.” (IMDb.com).
⟡ In questo film compare anche l’attrice Lilian Fontaine (1886-1975), madre di Joan Fontaine e di Olivia de Havilland (Piano… piano dolce Carlotta, 1964); Lilian apparirà ancora in un film insieme alla figlia Joan ne la Grande nebbia (1953).
⟡ L'unica ghinea che Ivy paga alla cartomante nel 1909 equivarrebbe a circa 150 dollari nel 2025. Per la cronaca, questa scena della protagonista che va a farsi leggere la sorte da una sensitiva ad inizio film, e quest’ultima avverte il dramma dei giorni a venire, ricorda parecchio l’inizio del film di Carlo Verdone Sono pazzo di Iris Blond, (1996)
⟡ Il film è ambientato nel 1909, lo deduciamo dalla scena che vede Louis Blériot attraversare la Manica in aereo; questo avvenne il 25 luglio 1909.
⟡ Il 19 gennaio 1948, lo "Screen Guild Theater" trasmise un adattamento radiofonico del film della durata di 30 minuti, con Joan Fontaine e Patric Knowles che ripresero i loro ruoli cinematografici. L'11 gennaio 1951, poi, la "Screen Director's Playhouse" trasmise un adattamento radiofonico del film della durata di 60 minuti, con Joan Fontaine che riprese ancora il suo ruolo cinematografico recitando con Charles Drake e Ken Christy .
Fast rating

Titolo originale
Ivy
Regista:
Sam Wood
Durata, fotografia
99', b/n
Paese:
USA
1947
Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

