Stranger from Venus
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In un villaggetto inglese si presenta uno sconosciuto senza nome. L'uomo misterioso (Helmut Dantine) rivela dettagli inquietanti su Susan North (Patricia Neal), una ragazza locale coinvolta in un incidente automobilistico che lui stesso avrebbe salvato e miracolosamente guarito. Quando la polizia tenta di arrestarlo per interrogarlo, scopre l'impossibilità fisica di toccarlo. Com'è possibile? Ovvio! L’uomo viene da Venere e, con la stessa naturalezza, annuncia che il suo popolo arriverà sulla Terra tra quattro giorni; a motivo di ciò, egli richiede un incontro con i leader mondiali per discutere di pace e disarmo nucleare. Le autorità britanniche, però, hanno altri piani: tendere una trappola tecnologica che potrebbe avere conseguenze disastrose per l'intero pianeta.
LA RECE
Fantascienza britannica low-budget che replica Ultimatum alla Terra con zero effetti speciali e infinite conversazioni. Helmut Dantine interpreta un venusiano pacifista che predica il disarmo nucleare tra pinte di birra e passeggiate al laghetto, mentre Patricia Neal (presente in entrambi i film) funge da mediatrice romantica. Cinema da teatro filmato, tutto dialogo e nessuna azione, che trasforma l'invasione aliena in questione domestica; inadatto al pubblico moderno ma affascinante nella sua lentezza sonnacchiosa.
Fantascientifico buono per l’ora del tè, con conversazioni sonnacchiose, buoni sentimenti e pinte di birra. Stranger from Venus si inserisce in quella peculiare corrente di fantascienza britannica degli anni '50 che trasformava l'invasione aliena in una questione quasi domestica. Mentre Hollywood sfornava kolossal tipo la Guerra dei mondi (1953) con budget ipertrofici e distruzioni ambientali che hanno tracciato il solco per il genere catastrofistico, il cinema d’oltremanica preferiva scenari più contenuti: villaggi isolati, osterie di campagna, autorità benevole ma sospettose. La lista è lunga e qui ne cito solo alcuni: Devil Girl from Mars (1954), l’Astronave atomica del dott. Quatermass (1955), i Mostri delle rocce atomiche (1958), il Villaggio dei dannati (1960), Madra... il terrore di Londra (1965). Definire Stranger from Venus come versione british e low-budget di Ultimatum alla Terra (1951) è praticamente obbligatorio; il film di Robert Wise aveva stabilito l'archetipo dell'alieno pacifico che viene a salvare l'umanità da se stessa; qui, la formula viene replicata con devozione quasi filologica. Entrambi i film condividono la struttura narrativa: l'alieno chiede l'incontro coi potenti, predica il disarmo nucleare, si scontra con la paranoia militare. Ma se il film del ’51 aveva Gort, il robot che terrorizzò gli incubi dei bimbi statunitensi degli anni '50, nonché un buon grado di suspense, Stranger from Venus ha praticamente solo dialoghi. Molti dialoghi. Burt Balaban dirige con una lentezza contemplativa: l'azione si svolge quasi interamente nel pub con occasionali deambulazioni verso un laghetto che funge da location romantica a costo zero, le conferenze con militari e capi di governo avvengono attorno a un tavolo nel medesimo pub, l'invasione aliena viene dibattuta tra una pinta e l'altra, mentre la cameriera serve stufato e il medico locale controlla il polso inesistente del venusiano: "Od ho bevuto o tu sei morto!". L’ingaggio di Patricia Neal per entrambi i film non è coincidenza ma dichiarazione d'intenti: lei è il ponte tra Michael Rennie/Klaatu e Helmut Dantine/lo Straniero ma se con Wise la relazione era materna e protettiva, qui assume sfumature romantiche. L'attore austriaco Helmut Dantine, d’altro canto, interpreta lo Straniero con una serietà marziale che impedisce alla pellicola di scivolare nel ridicolo; contenuto, mai urlato, con l’espressione grave di chi porta il peso di un messaggio cosmico. La scelta di riprenderlo spesso di spalle aggiunge un mistero che la sceneggiatura, tuttavia, non riesce a giustificare: gli altri personaggi gli parlano senza mostrare alcuno stupore particolare per il suo aspetto del tutto umano. Divertente il fatto che nessuno, ancora, sapesse delle estreme condizioni ambientali che caratterizzano il pianeta Venere e di come esse non consentono che possa esistere là una creatura con l’anatomia che ha lo Straniero. Poi, chissà… la loro tecnologia è evoluta, cosa ne posso sapere io?! Il cuore ideologico del film batte al ritmo della Guerra Fredda con tono pacifista: l'umanità deve smettere di giocare con l'atomica o ci estingueremo. Un classico del tempo ma drammaticamente sempre valido. I venusiani vengono come fratelli maggiori preoccupati, non come conquistatori. È la stessa ingenuità fiduciosa che pervadeva molta fantascienza del primo dopoguerra, prima che il Vietnam e il cinismo post-moderno trasformassero gli alieni in minacce lovecraftiane o metafore dell'Altro ostile (Alien, 1979, su tutti). Qui c'è ancora la fede illuminista che una conversazione razionale possa risolvere tutto; anche se, poi, le autorità britanniche dimostrano che la doppiezza diplomatica è universale. Film ormai inadatto ad un pubblico che pretende azione anche per la pubblicità del Lexotan, Stranger from Venus ha dalla sua un linguaggio cinematografico persino fascinoso per l’eccesso di dialogo, zero effettistica nonché un terrore cosmico affrontato con understatement quasi caricaturale. Io non lo consiglierei espressamente ma non mi è dispiaciuto far calare la palpebra con ‘sto venusiano col pisolo in canna.
TRIVIA
⟡ I primi dati ambientali del pianeta Venere li abbiamo ottenuti nel 1967 tramite la sonda Venera 4, mentre Venera 9, nel ’75, fu il primo satellite ad inviarci foto dal pianeta. Ora sappiamo che Venere è un’amica “infrequentabile”: l’atmosfera è composta per il 95% di anidride carbonica la quale causa un effetto serra spaventoso che porta le temperature sulla superficie a 460 °C e una pressione 92 volte superiore a quella terrestre, cioè quella che patiremmo se stessimo 910 metri sott’acqua.
⟡ L'ambientazione di questo film sembra essere l'Inghilterra ma è chiaro che si tratti di un luogo fittizio: la radio ha voci americane; la polizia e l'esercito non indossano uniformi britanniche; i veicoli hanno targhe non britanniche; un politico è descritto come "Secretary of the Border", una carica che non esiste nel governo britannico; c'è un riferimento al "Presidente" piuttosto che al Primo Ministro; la locanda dove si svolge gran parte dell'azione sembra un incrocio tra un pub inglese e un osteria austriaca. Oltretutto, il veicolo ufficiale che porta i dignitari dell'osteria ha bandiere tricolore sui parafanghi anteriori, suggerendo la nazionalità francese o italiana.
⟡ L'auto utilizzata dal Capo della Polizia è una Packard 200 del 1950/51.
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Titolo originale
Id.
Regista:
Burt Balaban
Durata, fotografia
75', b/n
Paese:
UK, USA
1954
Scritto da Exxagon nel dicembre 2025 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

