Wrong turn

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Voto:

Dopo sei titoli fra sequel e prequel, il franchise nato con Wrong Turn (2003), che ha cavalcato per quasi venti anni il genere Backwoods brutality tra eccessi di sangue e cannibalismi assortiti, torna con un reboot che azzera qualsiasi collegamento con le pellicole precedenti. Il film si riposiziona così nell’alveo delle regole primarie del sottogenere inaugurato negli anni Settanta da un Tranquillo weekend di paura (1972) di John Boorman e da Non aprite quella porta (1974) di Tobe Hooper. Quelle opere capostipiti giocavano la loro principale carta concettuale nell’incontro-scontro fra la cultura cittadina e quella rurale, considerata la depositaria dei recessi indicibili della società civile. Che, in fondo, la sostanza umana dei due gruppi fosse esattamente la medesima, lo si sarebbe compreso dal perfetto rispecchiamento della violenza manifestata reciprocamente da ambo le parti. A riscrivere il tutto ci si mette Alan B. McElroy, lo stesso sceneggiatore del primo film, e, per la prima volta, dopo il Canada (primo, secondo e quarto film) e la Bulgaria (III, V e VI), si gira davvero negli Stati Uniti. Pur sfidando lo spettatore con una durata eccessiva, questo rinnovato Wrong Turn inaspettatamente funziona, a dispetto di una quota di spettatori che ne hanno frainteso l’impostazione iniziale. Scott Shaw (Matthew Modine) arriva a Wrenwood, in Virginia, sulle tracce della figlia Jen (Charlotte Vega): sei settimane prima, la ragazza si era incamminata sul Sentiero Appalachiano con il fidanzato Darius Clemmons (Adain Bradley) e altre due coppie - Adam (Dylan McTee) e Milla (Emma Dumont), Gary (Vardaan Arora) ed Edith (Daisy Head) - e non è più tornata. Un lungo flashback ci racconta la deviazione fatale dai sentieri sicuri e l’incontro drammatico con una società separatista costituitasi nel 1859 nella convinzione che l'America stesse per collassare, e che nelle proprie montagne ha edificato quella che ritiene essere la società perfetta, detta la Fondazione, la quale, a differenza dei film precedenti, non ospita gente deforme e cannibale. L’ambiguità sulla quale sono scivolati molti spettatori riguarda lo spunto del cliché sociologico costruito da Mike P. Nelson (the Domestic, 2018) e McElroy. Se i film precedenti facevano riferimento più classicamente ai soliti ragazzi “sciocchi da campeggio” secondo la regola dello slasher, qui si gioca, in apparenza, sulla costruzione woke della compagnia, con tanto di coppia gay, di femminista con il foulard sulla testa come nel famoso poster “We can do it!” e altre sfumature relative al lavoro no-profit. Insomma, un preciso ideale progressista di ciò che l'America contemporanea vorrebbe essere (davvero?). Lo spunto woke, però, non viene scritto per compiacere le nuove visioni distopiche, ma per costruirne una critica. I backwoods degli anni Settanta raccontavano di figli dei fiori sbranati dalla provincia reazionaria; qui, invece, gli hipster urbani non si scontrano semplicemente con la staticità dei montanari, ma ne provocano la rabbia, li scherniscono, li sviliscono e, per primi, li ammazzano. La sequenza iniziale del gruppo di giovani al pub mostra chiaramente come essi si affaccino al mondo provinciale con fare arrogante e sprezzante, pieni della sicurezza di chi si sente più evoluto di chi li circonda. Insomma, dietro una patina di tolleranza ed inclusione (fittizia, lo capiremo chiaramente tramite la dichiarazione finale di Darius che dice di aver trovato un luogo di vera inclusione nel quale egli “viene visto”), il mondo woke sa schifare, odiare e distruggere. Quando la Fondazione mette davanti agli occhi dei giovani la prova che loro, davvero, sono riusciti a creare una società senza povertà, senza guerre e senza classi - al prezzo di un estremo isolamento e di orribili scheletri nell’armadio (i condannati al buio) - la certezza morale dello spettatore, così come dei giovani protagonisti, vacilla. In ciò, pur con tutti i limiti, Wrong Turn, più che un backwood, pare un folk horror, parente stretto di Midsommar (2019), un film sull'attrazione perturbante per l'utopia settaria, con le maschere di teschio animale che rimandano al folk horror di Sator (2019) di Jordan Graham, cifra rituale prima che espediente splatter che, comunque, fa capolino con l'ormai classica distruzione del massillo-facciale. E la scena in cui Jen si offre come "materiale riproduttivo" alla setta per salvare i compagni, ribalta attivamente il vecchio stereotipo del corpo femminile trattenuto a scopo di stupro procreativo tipico del genere. Charlotte Vega, protagonista intraprendente, regge il film con una fisicità e una lucidità morale rare nel genere; Matthew Modine, con la sua ricerca paterna che apre e chiude la narrazione, aggiunge lo strato di dolore familiare anch'esso raramente presentato nei backwood. Bill Sage, nei panni del patriarca John Venable, presiede la Fondazione con totale fede settaria nella propria morale, specularmente alla comitiva woke. Film per certi versi sobrio, certo più dei precedenti e, più di essi, interessante. Il finale con due colpi di scena, il secondo meno prevedibile del primo e che prosegue sui titoli di coda, sigilla un reboot che sceglie l'intelligenza sul gore. Voto che compensa il pollice verso di molti detrattori per una pellicola che, a mio parere, è la migliore di tutto il franchise.


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Titolo originale

Id.

Regista:

Mike P. Nelson

Durata, fotografia

109', colore

Paese:

USA, Germania, UK, Serbia

Anno:

2020

Scritto da Exxagon nel settembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0