la Maledizione di Erika

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Voto:

Un secolo fa, la Regina dei Mari del Sud soggiogava i propri amanti con un potere tanto arcano quanto letale: un serpente custodito nelle sue viscere (leggasi vagina) provvedeva a castrare chiunque non riuscisse a soddisfarla sessualmente. L'incantesimo si spezza quando un uomo di nome Elias afferra la bestia prima che possa colpire. Umiliata, la Regina giura vendetta sulla discendenza del rivale. Cent'anni dopo, l'antropologa Tania (Barbara Anne Constable) si immerge nelle acque in cui la sovrana sparì, cercando reperti per la sua tesi. Trova invece la possessione e riemerge trasformata in un’implacabile vendicatrice. L'obiettivo è Erica (Claudia Angelique Rademaker), rock star e ultima erede di Elias. A frapporsi tra le due c'è Max (Christopher J. Hart), poliziotto americano di stanza a Giacarta.


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LA RECE

Cult del brutto. Calco fatto male del lavoro di Cameron e che sostituisce Schwarzenegger con il corpo fotogenico di Barbara Ann Constable. Effetti speciali artigianali, recitazione allo zero termico e una colonna sonora composta letteralmente da due note ripetute collocano il film nel territorio del "so bad so good", con velleità di appropriazione del linguaggio cinematografico dominante che risultano goffamente sincere quanto irrimediabilmente fallite.

Pembalasan ratu pantai selatan ovvero, letteralmente, la Rivincita della Regina dei Mari del Sud, ma, volendo cavalcare l’onda del blockbuster Terminator (1984), questo flick indonesiano diventa Lady Terminator, tranne che da noi che gli appioppiamo lo spompato titolo la Maledizione di Erika (con la “k” ma nel film è Erica), forse in assonanza con pellicole coeve che avevano titoli con nome femminile come monito inquietante (la Casa di Helen, 1987; le Foto di Gioia, 1987; Non avere paura della zia Marta, 1988; Quando Alice ruppe lo specchio, 1988). Il regista Djalil (1927-2014), la stessa mano dietro l’ineffabile Mystics in Bali (1981), perseguiva la logica del cinema indonesiano d'allora che, tra gli anni Ottanta e Novanta, tentava di esportare prodotti pensati per il mercato interno innestando attori caucasici e dialoghi in inglese, con risultati decisamente ambigui se non risibili. Il cimento di Djalil è, quindi, exploitation, inteso quel genere di pellicola che punta direttamente (to exploit, sfrutta) ad una richiesta esplicita del pubblico e, qui, nulla di più semplice che puntare direttamente al successone di Schwarzy ma sfruttando il tonico corpo della giovane Constable, non una attrice di livello ma di buone energie e dal seno assolutamente fotogenico. E tanto bastò. Quindi, ecco sequenze pedisseque quali Lady Terminator che, mitraglietta alla mano, sfonda l'ingresso di un commissariato con un'automobile o, al quarantesimo minuto, il poliziotto biondo che dice al cantante: "Vieni con me se vuoi vivere", citazione diretta del film dell’84. Gli effetti speciali oscillano tra l'artigianalmente onesto e il francamente esilarante: i fulmini verdi che accompagnano ogni manifestazione soprannaturale sembrano usciti dai fantahorror anni Cinquanta. In sinergia, volti improponibili (e nomi coerentemente assurdi, tipo Snake) e uno score musicale composto, letteralmente, da una nota battuta sul piano più volte, poi due note più volte e così via, esattamente come fa un bambino di 5 anni con la tastiera. Recitazione e dialoghi di bassa lega. Il film registra il tentativo, goffo e genuino al tempo stesso, di una cinematografia periferica (post-coloniale direbbero i colti) di appropriarsi del linguaggio dominante senza disporre degli strumenti per farlo. Evito l’approfondimento psicanalitico, benché non sarebbe del tutto insensato, per un film con una dea lussuriosa che nasconde nella vagina un serpente che diviene un pugnale con il quale lei uccide i maschi che sessualmente la deludono; se non è aggressione fallica questa!? Date le premesse, il film diviene meritatamente, in USA soprattutto, cult del brutto, ovvero rinomato lavoro per chi è in cerca di “so bad so good” di serie B ma, in questo caso, pure un po’ Z. Gli amanti del cinema che batte i mestoli sui coperchi avranno materiale con il quale svagarsi ma il giudizio corretto, sarebbe una bocciatura. Io, ovviamente, non mi pento di nulla e ne faccio titolo d'entrée al mio personale cineforum. Non lo sconsiglio, dai...

TRIVIA

Barbara Anne Constable dixit: "L'intera sceneggiatura era molto strana quando l'ho letta e, per di più, era una copia spudorata di Terminator, un film americano di enorme successo che ha riscosso un grande plauso. Pensavo che non ci fosse nulla di male nel fare un film del genere per il mercato indonesiano se avesse offerto al pubblico un po' di brividi, ma insomma... Non è che mi metta in buona luce! Se avessi dovuto fare un film per il mercato internazionale, l'avrei fatto volentieri solo se la sceneggiatura fosse stata credibile e ci fossero stati attori e attrici di buon livello. So che Lady T. è diventato un film cult negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in altri paesi europei, ma credo che ciò sia dovuto alla pura follia del film e, di conseguenza, al suo valore comico e di intrattenimento".

⟡ Barbara Anne Constable, a 19 anni November Pet del mese per la rivista Penthouse ed. australiana, eseguì tutti gli stunt che vedete nel film e fu anche truccatrice nella produzione. La produzione fu interrotta per un mese dopo che una grossa scheggia di vetro le trapassò la caviglia. Fu medicata in un ospedale militare e, alla fine, riacquistò la capacità di camminare: “Ho rischiato grosso un sacco di volte, con metà carrozzeria che mi volava addosso mancandomi di due centimetri. Ho rischiato di morire un sacco di volte durante quel film”. Barbara, non ha proseguito la carriera di attrice ed attualmente è una scrittrice freelance.”

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Titolo originale

Pembalasan ratu pantai selatan

Regista:

H. Tjut Djalil

Durata, fotografia

82', colore

Paese:

Indonesia

Anno

1989

Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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