Tarzana, sesso selvaggio

Voto:

Titolo barzotto che sarebbe andato più che bene come copertina in uno di quei fumetti porno de lo Squalo che, sono certo, i più grandicelli fra voi ricorderanno. Tuttavia, qui siamo lontani dall'hard. Siamo in presenza di un’Africa da circo di quartiere con lo scimpanzé doppiato, leoni e gazzelle nella jungla - ma dovrebbero stare nella savana! - ed una ex bambina occidentale sperduta nel territorio dell’hic sunt leones che, ora, ha l’aspetto accattivante di Femi Benussi, e domina il mondo animale rigorosamente a petto nudo, e forse proprio per quello. La storia. Sir Donovan (Gualtiero Isnenghi) viene a sapere che una tribù del Kenya venera una donna bianca e ne conclude che possa essere la nipote Elizabeth, scomparsa quindici anni prima nell'incidente aereo in cui morirono i genitori. Per ritrovarla, il riccone ingaggia il cacciatore Glen Shipper (Ken Clark) e organizza una spedizione alla quale faranna parte Doris (Franca Polesello), sempre attaccata a Glen, Kamala (Beryl Cunningham), una danzatrice locale accattivante, e Groder (Franco Ressel), cugino di Elizabeth, che intende ucciderla per restare unico erede. La ragazza è Tarzana (Femi Benussi): non parla, vive nuda nella natura e spia le nudità di Doris, a metà fra l’eccitazione e l’invidia. In un finale più che delirante, Doris cercherà di accattivarsi la selvaggia mostrandole il seno per provarle che sono simili in quanto donne! Notare che anche la signora Doris andava in giro per l’africa selvaggia con una giacca e la minigonna e senza alcun reggiseno sotto. D’altra parte, sono tutti vestiti in maniera decisamente folle, contando il posto in cui sono. Ma è il meno. Nel 1969 il cinema italiano di genere aveva già esaurito il peplum, del quale Malatesta andava ghiotto (Maciste contro i cacciatori di teste, 1963), e quest’ultimo, girato l’anno prima Samoa, regina della giungla, con Edwige Fenech, rilancia con Tarzana, scritto insieme a Gianfranco Clerici, che, parecchio dopo tornerà nella foresta con il ben più crudo Cannibal Holocaust. Qui, il sexy tarzanismo italico è quello di Luana (1968) ma con parecchio meno mestiere. La giungla è quasi tutta di repertorio, l’avventura è ridotta al minimo a vantaggio di un fiume di dialoghi e di situazioni assurde che vendono le donne danzare, a seno nudo, o lavarsi il seno e un po' di chiappa sotto le cascate o in improbabili tinelli che non si sa chi abbia avuto la schiena di trasportare fino a lì. Tarzana, poi, che non è chiaro come sia sopravvissuta senza l’aiuto diretto degli indigeni, è una selvaggia linda e pinta - per forza, con tutte quelle docce! - che dialoga a suon di “u” e mano a conchetta. Ah, certo, lancia anche il suo proverbiale grido di richiamo ma con gestualità fiacca e poco convinta. Inutile qualsiasi approfondimento circa il triangolo fra le due donne e il cacciatore bianco, con l’implicita gelosia di Tarzana che emerge ancor prima di ogni evoluzione cognitiva e linguistica. L’erotismo dappoco del film relega gli africani sullo sfondo, se non per la funzione di Kamala (Beryl Cunningham), danzatrice che eccita meglio della Benussi. E abbiamo anche un simpatico paradosso metacinematografico: i cattivi vogliono esibire la ragazza per profitto, esattamente come fa il film con il corpo della sua attrice. Ruolo kitsch per la bella Femi (il Boia scarlatto, 1965; la Sanguisuga conduce la danza, 1975; l’Assassino è costretto a uccidere ancora, 1975) che, a mio avviso, non emerge poi così tanto di fianco alle comprimarie pure meglio carrozzate; d'altra parte il ruolo da povera sciocca non è che sia d'aiuto. Rivedo con piacere, ancora una volta nella parte di un satiro, Ralf Baldassarre che ricordo in Fantasma d’amore (1981). Film che, come il suo titolo, non può essere preso sul serio. Lo sconsiglio ma senza ferocia.


Fast rating

etichetta di valutazione veloce del sito exxagon per i film giudicati di scarso livello

Regista:

Guido Malatesta

Durata, fotografia

87', colore

Paese:

Italia

Anno:

1969

Scritto da Exxagon nel novembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0