Shelley
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Voto:
Elena (Cosmina Stratan), giovane rumena con l'obiettivo pragmatico di acquistare un appartamento a Bucarest, accetta l'impiego come governante presso una coppia danese che ha scelto una vita alternativa: niente elettricità, niente acqua corrente, solo medicine naturali e guaritori dai capelli lunghi. Louise (Ellen Dorrit Petersen, memorabile in Blind, 2014) si sta riprendendo da un'operazione che l'ha lasciata fisicamente segnata e incapace di portare a termine una gravidanza. Suo marito Kaspar (Peter Christofferson) gestisce questa micro-utopia agreste. La convivenza tra le due donne - divise da classe, cultura, visione del mondo - si trasforma in amicizia, finché Louise chiede ad Elena se fosse disponibile a portare in grembo il figlio suo e di Kaspar. La giovane rumena accetta, attratta dal compenso economico che renderebbe finalmente accessibile il suo sogno immobiliare, ma la gravidanza prende una piega inquietante.
LA RECE
Frankenstein al tempo della gestazione, ovvero da Prometeo moderno alla Gravidanza per Altri S.p.A., quando il corpo diventa campo di battaglia. La gravidanza come transazione faustiana: il corpo della donna (povera) diventa territorio occupato da un’altra donna (ricca): il feto come invasore, la gravidanza come possessione demoniaca secolarizzata.
Esiste una genealogia nascosta nel cinema horror che connette Mary Shelley al ventunesimo secolo attraverso una domanda mai risolta: cosa significa creare vita? Ali Abbasi, cineasta iraniano-danese, prima di Border - Creature di confine (2018), esordisce nel lungometraggio con Shelley, Wunderkammer orrorifico che trasforma la maternità surrogata in allegoria di collisione di mondi (lotta di classe ma non solo) travestita da body horror psicologico. Il risultato è un film che dialoga simultaneamente con Polanski (Rosemary's Baby, 1968), Cronenberg (The Brood, 1979) ma anche, in qualche modo, con il folk horror scandinavo (Midsommar, 2019). Il titolo del film non è semplice omaggio a Mary Shelley, l’autrice di "Frankenstein: or, The Modern Prometheus" (1818), ma una dichiarazione programmatica: la sceneggiatrice Maren Louise Käehne e lo stesso regista adattano l’ansia scientista, che invade lo spazio di Dio creatore, alla questione di una gravidanza che separa chi genera da chi partorisce, confondendo i limiti tra sé e altro, madre e non-madre, corpo proprio e corpo strumentale. Così, l’indigente Elena diventa il mostro di Frankenstein postmoderno: creatura assemblata per servire uno scopo e che sviluppa, poi, una coscienza ribelle. Non solo. La surrogazione, qui, si fa anche metafora delle relazioni “neocoloniali” tra Occidente e Oriente europeo e, ancor più, fra abbienti e indigenti, questi ultimi reificati dal capitalismo avanzato. Louise tratta Elena inizialmente con quella benevolenza che caratterizza i rapporti coloniali "illuminati": la aiuta, la educa ai valori olistici, la introduce alla meditazione, con quel tipico carico di paternalismo sottilmente svilente verso chi non è illuminato alla stessa maniera. Ma quando il corpo di Elena inizia a ribellarsi, sviluppando una somatizzazione del rifiuto, Louise rivela la sua vera natura “estrattivista” e regredisce a uno stato di ossessione materna per cui il benessere del nascituro cancella ogni altra considerazione, trasformando Elena da amica in mero contenitore biologico privo di umanità. Interessante, e non causale, l’ambiente in cui tutto ciò avviene. Non solo la “prigione bucolica” richiama il folk horror nordico, ma è specchio critico dell’ossessione per il naturale che si ritrova non di rado fra la gente “bene”, ovvero quel lusso di poter rinunciare volontariamente a ciò che altri mai potranno possedere; quindi, la foresta, posto per ritrovare se stessi, finisce per diventare luogo nel quale perdersi e alienarsi. Un’innocua eccentricità, quella della scelta del naturismo radicale, che nasconde spesso dinamiche di controllo sociale e colpevolizzazione; infatti, nel film, questo salubre ritorno alla serenità e all’equilibrio rivela la sua natura coercitiva ben poco salubre. Ellen Dorrit Petersen costruisce Louise con la complessità di una donna che ha interiorizzato il proprio fallimento riproduttivo come condanna esistenziale, donna borghese schiacciata dalle aspettative di ruolo con anche lati di aggressività denegati dall’incarto olistico e naturistico. Cosmina Stratan, invece, ci offre una donna il cui corpo è oggettificato (incubatrice vivente) da un'altra donna, e che soffre e si ammala. La regia di Abbasi lavora per accumulo di dettagli inquietanti, i quali, però, non giungono mai ad una chiara manifestazione orrorifica che chiarisca in via definitiva la natura del dramma; come per il cinema di Polanski, o il più moderno elevated horror di Eggers (the Witch, 2015), il terrore nasce dall'ambiguità irrisolta: il feto che porta in grembo Elena è realmente malvagio o la giovane donna patisce una psicosi puerperale? Louise protegge legittimamente suo figlio oppure è una donna cinica dietro un paravento di filantropia e veganesimo? Film non semplice e non consigliabile ad un pubblico svelto e che voglia essere facilmente intrattenuto, Shelley funziona su più livelli: horror soprannaturale, dramma psicologico, critica sociale della surrogazione o sulla dinamica fra classi sociali, relazione del e con il femminile; questa stratificazione semantica è sia punto di forza sia di potenziale debolezza, poiché il film rischia di essere troppo cerebrale, ivi compreso un finale che lascia aperte diverse questioni. Un buon film da vedere in coppia ma con chi è pratico di un cinema di qualche lentezza.
TRIVIA
Ali Abbasi (1981) dixit: “Quello che mi piace del genere horror è che ci permette di immaginare qualcosa di diverso: e se il mondo non fosse così? Nel mondo reale, a persone come Louise e Kasper non succederebbe nulla. Avrebbero la loro figlia e basta... Ma, come regista, ho il potere di far accadere qualcosa di diverso” [Dfi.dk]
⟡ Nessun dato, per ora.
Fast rating

Titolo originale
Id.
Regista:
Ali Abbasi
Durata, fotografia
92', colore
Paese:
Danimarca, Svezia
2016
Scritto da Exxagon nel dicembre 2025 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

