Lo Specchio della Follia

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Voto:

Thriller psicologico, remake di Tenebre (Ladies in retirement, 1941), classico noir con Ida Lupino tratto da un'omonima pièce di Broadway. Il film, che apre con un lampo di brutalità per poi procede per inerzia sorretto più dall'eleganza formale che dalla tensione narrativa, s’inserisce, anche se in modo un po’ forzoso, nell'orbita del genere geriatric horror inaugurato da Che fine ha fatto Baby Jane? (1962). In effetti, il film non appartiene al sottogenere nel senso stretto, ma vi partecipa soprattutto per la presenza di Shelley Winters che di quella corrente era diventata una presenza ricorrente causa sostanzialmente un tridente di pellicole i Raptus segreti di Helen (1971), Chi giace nella culla della zia Ruth? (1972) e anche un po’ Gran bollito (1977). E l’uscita di scena prematura dell’attrice dalla storia è il vero danno collaterale del film che racconta di tre fratelli. Nel 1957, i bambini George (Michael Burns) e Mandy (Barbara Sammeth), di sei e quattro anni, uccidono a sangue freddo i propri genitori. Nessuno sa chi dei due sia stato il vero artefice dell’omicidio, a parte la sorella maggiore Ellen (Stella Stevens). Dodici anni dopo, l'istituto li rilascia affidandoli alle cure di Ellen, ora segretaria della ricca vedova Mrs. Armstrong (Shelley Winters) che vive in una lussuosa villa sull'isola di Vancouver. Ellen è fidanzata con Sam, il figliastro della donna, e ambisce a una vita diversa dal proprio passato. Presenta i fratelli alla signora come orfani senza sostegno, tacendo ogni retroscena, ma presto la riccona comprende che qualcosa non va: Mandy è chiusa, quasi fobica, e richiede una "stanza della follia" - un luogo isolato dove raccogliere i propri pensieri tormentati - mentre George è troppo espansivo. Quando la signora Armstrong deciderà che i due giovani devono andarsene, qualcuno la accoltella. Bernard Girard e Martin Zweiback adattano liberamente la fonte, eliminando il personaggio del ricattatore presente nell'originale e trasformando le due sorelle inquietanti in un fratello e una sorella dal fare ambiguo. La mossa fu deliberata: si trattava di avvicinare il materiale d’origine alla paradigma del thriller domestico fondato sull'incertezza psicologica e sul segreto di famiglia, come voleva il binario post-hitchcockiano derivato da Psyco (1960). Girard, d'impianto televisivo, dirige con sobrietà, sostenuto da una fotografia dai colori vivaci tipica del thriller europeo d'ambientazione borghese. La scrittura, tuttavia, si fa nota dolente: prolissa, poco incisiva, incapace di trasformare il materiale di partenza in autentica suspense. I personaggi laterali - la moglie alcolizzata del massaggiatore (le Beverly Garland de il Conquistatore del mondo, 1956), la domestica, l'operaio - sembrano inseriti più per diluire i tempi che per moltiplicare i livelli di lettura. Sul versante delle interpretazioni, i due giovani protagonisti reggono meglio di quanto ci si aspetterebbe: Sammeth, al suo debutto cinematografico, è fragile e inquietante; Burns costruisce un personaggio con sfumature da stalker (e che spia le donne sotto la gonna!). Stella Stevens, per contro, fatica a sostenere il peso di un ruolo che richiederebbe maggiore ambiguità: la sua recitazione resta in superficie, senza mai toccare le zone d'ombra che il personaggio di Ellen implicherebbe. Insomma, un thriller che costruisce per quasi novantacinque minuti la propria tensione intorno all'identità di un assassino avrebbe meritato uno scioglimento più all’altezza e, come detto, l’eliminazione della Winters, punta di diamante, non è probabilmente stata la mossa più lucida. Comunque, guardabile e curioso per il suo posizionamento a metà strada tra due tradizioni: il noir classico e il thriller psicologico degli anni Sessanta. Ok per la seconda serata o, forse, perfetto per la botta d’insonnia delle due di notte.


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Titolo originale

The Mad Room

Regista:

Bernard Girard

Durata, fotografia

92', colore

Paese:

USA

Anno

1968

Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0