il Trono di fuoco
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Voto:
Inghilterra, 1685. Sul trono siede Giacomo II. Il Lord Cancelliere George Jeffreys (Christopher Lee) maneggia la giustizia come un prolungamento del proprio umore, nonché delle proprie libidini sessuali, tra sentenze capitali e torturatori a libro paga. Spedita al patibolo per stregoneria Alicia Gray (Margaret Lee), il magistrato punta sessualmente la sorella Mary (Maria Rohm), colpevole di frequentare Harry Sexton (Hans Hass Jr.), figlio di Lord Wessex (Leo Genn). Intanto, Harry si accoda ai ribelli decisi a scalzare la Corona, mentre nei sotterranei si aggirano Barnaby (Peter Martell), Satchel (Milo Quesada), la cieca Madre Rosa (Maria Schell) e il boia Jack Ketch (Howard Vernon). Dietro il soggetto di Peter Welbeck, pseudonimo dello stesso produttore, c'è Harry Alan Towers, specialista nel fiutare le mode e rivenderle in coproduzione (Spagna, Italia, Liechtenstein, Stati Uniti, Germania Ovest): la moda era quella inaugurata, e di certo meglio resa, da il Grande inquisitore (1968), che aveva figliato una nidiata di epigoni europei: la Tortura delle vergini (1970), la Pelle di Satana (1971), le Streghe nere (1973). Qui, però, si pesca nella cronaca: il vero Jeffreys (1645-1689), barone di Wem, fu il volto più temuto delle Bloody Assizes, serie di processi penali tenuti nell'Inghilterra sudoccidentale a partire dal 25 agosto 1685, seguite alla rivolta di Monmouth, e morì prigioniero nella Torre di Londra a differenza di quanto suggerisce il film. Collerico e sovente ubriaco in aula, Jeffreys avrebbe meritato un dramma o uno psycho-horror; trova, invece, Jess Franco, il quale tiene scheletro e costumi della storia e ne fa il paravento dei propri fantasmi sadiani. Un lavoro al quale stupisce vedere associato Christopher Lee; infatti, Franco si comportò in modo truffaldino con l’attore inglese che partecipò al progetto perché, ansioso di scrollarsi l'etichetta di attore horror e attratto dalla materia, sperava di vedersi collocato in un drammatico affresco storico. Franco, di altro avviso, girava le scene con Lee e poi innestava inserti più piccanti. La prova la si ha con la scena di violenza su Mary: del giudice restano mani anonime sul corpo nudo di Rohm e la voce fuori campo. Si racconta che Lee, per questo, non volle mai vedere il film finito. Scena cult che Lee, quindi, si è perso: Maria Rohm viene obbligata a leccare il sangue dal corpo di una donna appesa alle catene e da poco torturata; scena di un qualche potenziale erotico, in effetti. Tolto il sadismo d'ordinanza, resta un dramma in costume dal passo stanco, ma il denaro si vede: fotografia a colori, scenografie interessanti benché non opulente, perfino qualche battaglia campale, e una partitura di Bruno Nicolai. Lee, diabolico, recita con una convinzione che il film non ripaga; compensa questa qualità il buon vecchio Vernon che si aggira per il set vestito come Marty Feldman in Frankenstein Jr. (1974) ma addizionato da una cintura enorme con una fibbia altrettanto smodata. Epilogo fra i titoli: in USA, l'AIP lo vendette come Night of the Blood Monster, con un mostro assente; in Germania divenne Der Hexentöter von Blackmoor, strizzando l'occhio a Wallace. Franco riesumerà Jeffreys da cacciatore di streghe ne le Demone (1972).
Fast rating
Titolo originale
Il trono di fuoco
Regista:
Jess Franco
Durata, fotografia
91', colore
Paese:
Italia, Germania occidentale, Spagna, Liechtenstein
Anno:
1970
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nel novembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0