Vermin

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Voto:

Non occorre molto per leggere, relativamente a Vermin, esordio nel lungometraggio di Sébastien Vaniček, una parabola sul disagio di una collettività: il ragno diventa l’incarnazione orrorifica di un conflitto doppio, quello che i protagonisti combattono contro l’ostruzione sociale esterna e quello, interno, di chi sopravvive applicando una versione grossolana del darwinismo: la “legge del più forte”, che poi Darwin non enunciò mai, avendo parlato del più adatto e non del più forte. Kaleb (Théo Christine), giovane della banlieue parigina che coltiva una passione entomologica mai davvero professionalizzata e si arrabatta rivendendo scarpe in nero, acquista da chi traffica animali protetti un ragno esotico e velenoso, e lo introduce nel casermone di Noisy-le-Grand, quel palazzone che gli autoctoni hanno ribattezzato “il Camembert” per la sua forma. In casa si litiga senza tregua, e con la stessa facilità gli inquilini si aggrediscono a vicenda; è per sciatteria collettiva che la creatura viene liberata e comincia a proliferare. Mentre Kaleb, la sorella Manon (Lisa Nyarko), l’amico Jordy (Finnegan Oldfield), Lila (Sofia Lesaffre) e Mathys (Jérôme Niel) tentano di sopravvivere, la quarantena e l’intervento armato delle autorità spostano il vero assedio dal mostro al dispositivo di controllo che stringe gli abitanti. L’ecosistema è quello de l’Odio (1995) di Kassovitz, ma, trattandosi di horror, i modelli più prossimi circa il genere restano Attack the Block - Invasione aliena (2011) e the Horde (2009) se si parla di quartiere popolare che se la deve cavare fra dinamiche interne e orrore emergente. Nella prima parte il film convince: l’ambientazione degradata e labirintica, la minaccia annidata negli angoli bui e nei corridoi, una tensione che sfrutta con intelligenza la repulsione aracnofobica. Vaniček usa il condominio popolare come microcosmo, in parallelo al microcosmo dei terrari per le piccole creature allevate in essi; e non è un caso che Kaleb sbraiti perché chi sta fuori non mostra mai cura per questi terrari e lasci spento il riscaldamento. Il confronto con Aracnofobia (1990) è ovvio ma, qui, se ne fa un discorso più politico, anche se incartato da quintali di ragnatele e diverse sequenze dinamiche, benché la tensione lasci il posto velocemente a un accumulo ripetitivo. Anche il sottotesto sociale si fa troppo grezzo quando la didascalia diviene evidente, con i ragazzi del quartiere contro una polizia dipinta a tinte unite. Ne esce un animal-horror discontinuo ma non privo di qualità, con ovvio valore aggiunto nel momento in cui i ragni vi facessero schifo. Un film che vorrebbe disegnarsi come alternativo, per ambientazione e protagonisti, ma che è probabile piaccia soprattutto al mainstream, che magari vuole anche approfondire il tema con Sting (2024) o Arac Attack - Mostri a otto zampe (2002); quest’ultimo vale soprattutto se volete vedervi Scarlett Johansson da giovane, la quale ha solo due zampe ma bastano. La scena migliore di Vermin, e sintesi del tutto, quella che vede un giovane morsicato dai ragni che rantola in una stanza mentre il padre, nell’altra, non lo sente perché ubriaco. A Sébastien Vaniček, dopo questa prova, va la regia de la Casa - il Rogo del male (2026).


Fast rating

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Titolo originale

Vermines

Regista:

Sébastien Vaniček

Durata, fotografia

106', colore

Paese:

Francia, USA, Germania

Anno:

2023

Generi e Temi

Natural Horror

Scritto da Exxagon nell'ottobre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0