una Notte per morire

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Voto:

Patricia Carroll (Stefanie Powers), rientrata a Londra dall'America per sposare il produttore televisivo Alan Glentower (Maurice Kaufmann), sente il bisogno di chiudere i conti con il passato: il suo primo fidanzato, Stephen, è morto anni prima in un incidente d'auto che lei sospetta fosse un suicidio, e le pare doveroso far visita alla madre del ragazzo, che non ha mai conosciuto. Alan è contrario, lei parte comunque, promettendo di tornare il giorno dopo. Ad attenderla nella campagna inglese c'è la signora Trefoile (Tallulah Bankhead), ex attrice di Broadway "redenta" da un marito colonnello di fede inflessibile: in casa niente specchi, cibo volutamente insapore, preghiere a ciclo continuo; nemmeno il parroco del villaggio è abbastanza severo per lei. Con l'anziana vivono la domestica Anna (Yootha Joyce), il marito di lei Harry (Peter Vaughan), parente avido e lascivo che attende l'eredità, e il tuttofare ritardato Joseph (Donald Sutherland). Patricia già marca male per il suo look moderno, agli occhi della Trefoile, la quale ha un piano ben preciso: chiudere in casa la mancata nuora per redimerla dalla sua vita peccaminosa, e farne la sposa-vedova del figlio deceduto, dato che una fidanzata è già una moglie davanti a Dio. Patricia dovrà restare fedele a Stephen anche oltre la tomba.

LA RECE

Thriller psicologico della Hammer con fulcro nella magistrale e teatrale interpretazione di Tallulah Bankhead nel ruolo di un'anziana bigotta ossessiva che sequestra una ragazza per purificarne l'anima. Pur delineando in modo interessante l'archetipo della donna psicopatica e arricchendo il catalogo geriatric horror, il film risulta difettoso nel tono: l'iniziale commedia di costume si trasforma in un crudo orrore, ma la suspense non riesce a raggiungere un punto acuto.

Film del secondo filone Hammer, non quello di Dracula e dei mostri da laboratorio, ma quello che la casa di Bray alimentò per sfruttare il successo di Psycho (1960) e di Che fine ha fatto Baby Jane? (1962), un filone più economico e meno celebrato: il thriller psicologico. Il produttore Sir James Carreras, con ammirevole franchezza commerciale, li chiamava i suoi mini-Hitchcock: il Maniaco (1963), il Rifugio dei dannati (1963), L'incubo di Janet Lind (1964), Hysteria (1965). Una notte per morire, uscito negli Stati Uniti come Die! Die! My Darling!, arrivò a metà del ciclo, ed è il titolo più ambizioso della serie. Al posto delle solide ma prevedibili sceneggiature di Jimmy Sangster, a scrivere ci si mise Richard Matheson che adattò il romanzo “Nightmare” (1961) di Anne Blaisdell; alla regia debuttò sul grande schermo l’italo-canadese Silvio Narizzano, di destino soprattutto televisivo. Ma, soprattutto, la Hammer convinse Tallulah Bankhead a lasciare il ritiro per offrire alla Hammer ciò che Bette Davis e Joan Crawford avevano dato alla Warner. Il colpo di genio fu proprio la scelta della Bankhead, più ancora per ciò che rappresentava che per come recitava. Negli anni in cui Hollywood era davvero la Babilonia della quale parlava Kenneth Anger, l’attrice s’era guadagnata fama di scandalo deambulante (leggi nei trivia). Farle indossare la divisa della bigotta ossessiva fu un rovesciamento perfetto e, quando la Trefoile racconta di essere stata salvata dalla perdizione del palcoscenico, lo spettatore informato non può che sorridere. Al suo ultimo ruolo sul grande schermo, e a tre anni dalla morte, la Bankhead gigioneggia senza freni in stile Vincent Price: l'eccesso è esattamente quello richiesto dalla parte. Funziona meno quando il film prova a scavarle dentro e a strapparle un filo di compassione; lì, la teatralità diventa un ostacolo. Accanto a lei nessuno regge il confronto. Powers e Kaufmann sono figure di servizio; Vaughan, ottimo caratterista, tiene la scena finché la padrona di casa è assente; Sutherland, al terzo ruolo cinematografico da quando iniziò a recitare nel 1962, è sprecato in un ruolo troppo esile. Il difetto maggiore, però, è il tono. Per quasi mezz'ora il film si comporta da commedia di costume sullo scontro fra la Swinging London e un’Inghilterra un poco vittoriana ma in periferia, quasi si fosse in un backwood brutality. Poi, il film vira sull'orrore senza che il passaggio trovi mai una vera necessità; commenti musicali fuori registro e battute scherzose continuano a incrinare una situazione che è, a conti fatti, un sequestro molto brutale. Matheson, di solito impeccabile, lascia qualche falla: personaggi secondari abbozzati e più di un'occasione in cui la protagonista potrebbe fuggire senza troppa fatica. Ne deriva quella che si potrebbe chiamare suspense della frustrazione, per la quale ogni tentativo di evasione è destinato al fallimento perché la sceneggiatura non ammette uscite prima del finale. Resta un tassello curioso nel sottogenere geriatric horror, meno riuscito di Nanny, la governante (1965) con Bette Davis, prodotto dalla stessa Hammer, però interessante come anticipazione di ciò che Pete Walker farà negli anni Settanta con E sul corpo tracce di violenza (1974): vecchie custodi della morale che imprigionano ragazze per salvarne l'anima. Qui, la crudeltà è ancora educata, non troppo eccessiva, ma si inizia a delineare l’archetipo della donna psicopatica. Da riscoprire.

TRIVIA

Tallulah Brockman Bankhead (1902-1968) dixit: “Ho provato diversi tipi di sesso, che odio tutti. La posizione convenzionale mi rende claustrofobica; le altre mi fanno venire o il torcicollo o mi si blocca la mandibola” (IMDb.com).

⟡ Tallulah Bankhead fu una donna certamente diversa dalle consimili del suo tempo: faceva parte, senza nasconderlo, di una comunità lesbica e bisessuale chiamata «I quattro cavalieri dell'Algonchino», composta da lei, Eva Le Gallienne, Blyth Daly ed Estelle Winwood. Era ben nota per non indossare biancheria intima anche sul set, causando sconcerto nelle scene nelle quali doveva salire le scale. Fumava circa 120 sigarette al giorno, cosa che, di certo, la portò anticipatamente alla morte per doppia polmonite ed enfisema. Si dice che sia stata l'ispirazione per il personaggio di Cruella De Vil (De Mon, in Italia) per la Carica dei cento e uno (1961). In punto di morte, le sue ultime parole coerenti sembra che siano state: “Codeina... bourbon”.

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Titolo originale

Fanatic

Regista:

Silvio Narizzano

Durata, fotografia

97', colore

Paese:

UK

Anno:

1965

Scritto da Exxagon nell'ottobre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0