Creatura del diavolo

-

Voto:

L'insegnante britannica Gwen Mayfield (Joan Fontaine), reduce da un crollo nervoso conseguente a un attacco subito durante una missione scolastica in Africa, accetta un incarico nel tranquillo villaggio inglese di Heddaby. Qui nota una serie di anomalie inquietanti: due studenti adolescenti, Linda Rigg (Ingrid Brett) e Ronnie Dowsett (Martin Stephens), sembrano provare reciproca attrazione, ma ogni tentativo di avvicinamento viene sistematicamente ostacolato dagli adulti del paese. Quando Ronnie rimane vittima di un incidente dalle circostanze oscure e Gwen rinviene una bambola voodoo trafitta da spilli, la donna comincia a sospettare che dietro l'apparenza idilliaca del luogo, e della rispettabile Stephanie Bax (Kay Walsh), si nasconda qualcosa di sinistro.


banner Amazon music unlimited, 90 milioni di brani senza pubblicità, exxagon per Amazon

LA RECE

Anomalia interessante nel catalogo Hammer che scava sotto la corteccia del mito stregonesco per estrarne una diagnosi psicologica e coloniale: l'Africa del prologo non abbandona mai il film, ed Heddaby, con le sue streghe borghesi, si rivela il rovescio speculare di quella missione assediata, la stessa violenza primitiva travestita da tradizione rurale. Cyril Frankel - qui al suo ultimo film - gestisce con mano discreta l'ambiguità lewtoniana tra paranoia e soprannaturale, sorretto da una Joan Fontaine non più al top ma comunque decorosa nel dipingere una donna fragile.

Come già in la Piaga degli zombi (1966), la Hammer riattiva il repertorio del "colonialismo di ritorno", ovvero quella costellazione di sensi di colpa repressi che riaffiora nell'inconscio filmico, e lo fa prendendo ispirazione dal romanzo "The Devil's Own" firmato Peter Curtis (ma scritto da Norah Lofts) e poi ripubblicato come “The little wax doll”. Così, abbiamo Joan Fontaine (la Sfinge de male, 1947), in forte disarmo e al suo ultimo lungometraggio prima del declino televisivo che, in Africa - la tipica Africa del cinema di quegli anni, in pratica un monolitico Continente Nero - insegna inglese con la bonaria innocenza tipica del paternalismo imperialista prima che l’irruzione dello stregone non la convinca a svenire. La cittadina Heddaby, in Terra d’Albione, con le sue siepi curate e i suoi abitanti gentili (cfr. I peccatori di Peyton, 1957), è il rovescio speculare di quella missione africana assediata nella quale si annidava a fatica l’educato formalismo coloniale in una realtà quotidiana selvaggia e magica. Ad Heddaby abbiamo la stessa violenza primitiva ma travestita da rustica tradizione inglese. Non è Dracula a invadere la civile Inghilterra ma è l'Inghilterra stessa a rivelare il proprio cuore di tenebra come si vedrà, nel 1973, in the Wicker man. Nigel Kneale, creatore del ciclo Quatermass (l'Astronave atomica del dott. Quatermass, 1955), instancabile razionalista del soprannaturale, porta nella sceneggiatura la sua ossessione ricorrente: cercare spiegazioni psicologiche e antropologiche là dove altri si accontentano del mistero. La stregoneria, in questo caso, non è terrore cosmico ma desiderio di vitalità sottratta, volontà di immortalità perpetuata attraverso corpi giovani; anziani adepti che si reincarnano negli adolescenti, un'idea che Creatura del Diavolo codifica probabilmente per la prima volta nel cinema e che riaffiorerà anni dopo in The Brotherhood of Satan (1971) e nel Cervello dei morti viventi (1972). Questo approccio rimanda direttamente all'eredità di Val Lewton, il produttore che, con il Bacio della pantera (1942) e la Settima vittima (1943) aveva insegnato all'horror a vivere sulla soglia, a sospendersi tra razionale e soprannaturale senza cadere da nessuna parte. Frankel non raggiunge quella sottigliezza psicologica e la tensione ambivalente si risolve prima del dovuto, eppure la lunga sequenza ospedaliera - Gwen ricoverata, amnesica, convinta dai medici che tutto sia stato un esaurimento nervoso - conserva una genuina inquietudine lewtoniana. Per qualche minuto, il film esita; poi, sceglie la certezza, e qualcosa si perde. Joan Fontaine porta al personaggio una fragilità calibrata fra autorità e vulnerabilità, ma il film la inquadra spesso nella passività contemplativa che negli anni Sessanta era ancora codice standard per la protagonista in crisi. Kay Walsh, al contrario, costruisce Stephanie Bax come un'antagonista di silenziosa e inquietante determinazione, il cui rituale finale bizzarrissimo, il vero plus del film - una cerimonia collettiva dai toni orgiastici in cui gli abitanti si scuotono mangiando robaccia che paiono feci - è la sequenza più audace della pellicola, certamente più esplicita del sabba addomesticato del pur bello the Devil rides out (1968). Il finale sbrigativo delude e riconsegna il villaggio alla sonnolenta normalità senza interrogarla. Kneale, a quanto riferito, non era soddisfatto del risultato, e si capisce: c'è nella chiusura una timidezza che tradisce le premesse più corrosive. Creatura del Diavolo rimane, comunque, un'anomalia preziosa nel catalogo Hammer: senza Cushing, senza Lee, senza le consuete liturgie del gotico aziendale; proprio per questo merita un suo piccolo recupero.

TRIVIA

Joan de Beauvoir de Havilland “Fontain” (1917-2013) dixit: “Ho avuto otto cognomi, contando anche i quattro che ho assunto da sposata. Professionalmente, de Havilland era il cognome di Olivia; era la primogenita e non dovevo disonorare il suo nome. Il mio primo nome d'arte, Joan Burfield, derivava da Burfield Street a Hollywood. Poi sono diventata Joan St. John. Una sera al nightclub Trocadero, su consiglio di una cartomante, scelsi Fontaine, il cognome del mio patrigno. "Prendilo", mi disse, "Joan Fontaine è un nome che porta successo". Aveva ragione.” (IMDb.com)

⟡ Forse a causa dello scarso successo al botteghino del film, questo fu l'ultimo film di Joan Fontaine, la quale, poi, ha proseguito a presenziare ma solo in tv fino agli anni '80 (un ultimo progetto risale al 1994).

⟡ A quanto pare, Joan Fontaine acquistò i diritti cinematografici del romanzo di Norah Lofts e portò il progetto alla Hammer.

⟡ Nigel Kneale disse di non essere soddisfatto del risultato del film. Personalmente, trovava i moderni praticanti di magia nera piuttosto ridicoli e aveva intenzione di prendere in giro, attraverso il film, l'idea di una congrega inglese. I suoi tocchi di umorismo nero furono però rimossi dalla produzione che voleva. Invece, che il film fosse del tutto serio. Pur riconoscendo che il film aveva un ottimo cast, riteneva che il finale mancasse della necessaria minaccia per evitare la stupidità involontaria ma intrinseca della situazione.

⟡ Questa sarebbe stata l'ultima interpretazione cinematografica del giovane attore Martin Stephens prima del suo ritiro dall'industria cinematografica, il quale, poi, avrebbe intrapreso la carriera di architetto. Stephens partecipò anche a il Villaggio dei dannati (1960) e Suspense (1961).

⟡ La scatola di sonniferi sul comodino di Gwen riporta un'etichetta autentica della Wood's Pharmacy (in seguito Wood's of Windsor) al numero 50 di High Street a Windsor, nel Berkshire. Anche il nome del farmaco e il dosaggio sono reali: Stemetil (proclorperazina) 25 mg. Si tratta principalmente di un antiemetico ma usato anche per stati d’ansia grave e psicotici.

⟡ Il film è uscito in double-bill con Death Is a Woman (1966).

⟡ A quanto pare, il rapporto tra Joan Fontaine e Kay Walsh sul set era tutt'altro che cordiale, poiché la Walsh era scontenta del tempo che il suo personaggio aveva sullo schermo rispetto a quello della Fontaine.

⟡ Situato tra Henley-on-Thames e Marlow, il piccolo villaggio di Hambleden ha fatto da sfondo alla pittoresca Heddaby. Il pub locale è ancora lo Stag & Huntsman, proprio come si vede nel film.

Fast rating

etichetta di valutazione veloce del sito exxagon per i film giudicati di scarso livello

Titolo originale

The Witches

Regista:

Cyril Frankel

Durata, fotografia

90', colore

Paese:

UK

Anno

1966

Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

Amazon prime banner, exxagon per Prime video