Gli Occhi degli altri

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Voto:

L'adolescente Libby (Andi Garrett) invita la sua amica Kit (Sara Lane) a casa sua mentre i suoi genitori sono fuori per la notte. Le due ragazze, insieme alla sorella minore di Libby, Tess (Saryl Locke), si divertono a fare scherzi telefonici a numeri scelti a caso. Lo scherzo consiste nel chiamare uno sconosciuto e dire: "Ho visto quello che hai fatto e so chi sei". Tuttavia, una delle persone scelte è Steve Marak (John Ireland), che ha appena ucciso sua moglie a coltellate, nonché la vicina di casa Amy Nelson (Joan Crawford). Libby rimane affascinata dalla voce dell’uomo e decide di andare a trovarlo ma ciò porterà Steve ad iniziare a perseguitarla, convinto che la ragazzina sia a conoscenza dell'omicidio che ha appena compiuto.


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LA RECE

Castle abbandona i gimmick per lo psycho-thriller hitchcockiano / geriatrico. Efficace la doccia-omaggio a Psycho e la casa borghese come teatro di violenza. Joan Crawford ottiene il ruolo principale nei credits pur essendo marginale. Buone le singole sequenze e il doppiaggio. Lo score musicale, invece, ridicolizza il tutto come si trattasse di una sitcom.

A metà degli anni Sessanta, William Castle si trovava a un bivio della propria carriera. Il maestro dei gimmick - lo scheletro motorizzato de la Casa dei fantasmi (1959), i sedili elettrificati di il Mostro di sangue (1959), il “fright break” di Homicidal (1961) - si adatta ad un pubblico ormai stanco di trovate da avanspettacolo e si orienta verso il thriller-horror psicologico esploso con Psyco (1960) e con il genere geriatric emerso con Che fine ha fatto Baby Jane? (1962). Gli Occhi degli Altri, quindi, rappresenta il tentativo di Castle di sintetizzare queste influenze costruendo un dispositivo narrativo semplice che fa confliggere innocenza e colpa adulta. Il regista sceglie le esordienti Sara Lane ed Andi Garrett, ai tempi ancora liceali, e le rende protagoniste di chiacchiere svampite e risatine, specchio di quella particolare forma di noia suburbana che il cinema americano stava iniziando a tematizzare (cfr. i Peccatori di Peyton , 1957) ma che qui resta descritta senza vera comprensione sociologica. Fascinoso, però, ispezionare un'epoca "remota" nella quale era possibile compiere telefonate anonime poiché non esisteva identificativo del chiamante; questa obsolescenza tecnologica conferisce al film un particolare fascino archeologico. La costruzione della suspense segue modelli consolidati ma Castle, qui, è meno banale che altrove, anche se, disgraziatamente, abbina al film uno score musicale da sitcom televisiva che ridicolizza e smonta il thrilling. Ad ogni modo, la sequenza iniziale - l'omicidio della moglie di Steve - arriva come shock improvviso, stabilendo subito il registro violento dello spettacolo ed omaggiando esplicitamente Psycho con un assassinio nella doccia - oltretutto, la donna accoltellata e sbattuta fuori dalla doccia attraverso la porta a vetri - che funziona tanto come riconoscimento del debito quanto come dichiarazione di appartenenza al nuovo filone dello psycho-thriller, con l'uso degli spazi domestici come teatri di violenza a replicare la lezione hitchcockiana. Come in Psycho, così come ne la Finestra sul Cortile (1954), la casa borghese si rivela contenitore di pulsioni omicide. Steve Marak viene scritto da Ursula Curtiss (il romanzo è “Out of the Dark”) come figura ambigua la cui voce innesca un'infatuazione immediata e assurda in Libby, ragazzina che, forse anche per indicazioni registiche o limite recitativo, si mordicchia le labbra continuamente suggerendo una curiosità erotica non del tutto incoerente con la sua età ma declinata in maniera irreale: si carica in macchina l’amica e la sorellina piccola per precipitarsi ad incontrare lo sconosciuto. La testa di serie, benché in ruolo marginale, è Joan Crawford che si guadagna il titolo di protagonista nei credits, strategia commerciale tipica del geriatric-thriller: la sua Amy Nelson è l'amante gelosa e nevrotica, figura che la Crawford aveva ormai perfezionato in 5 corpi senza testa (1964) per lo stesso Castle. Nel complesso abbiamo un esercizio di stile che rivela tanto le ambizioni di Castle quanto i suoi limiti strutturali: il film, infatti, è capace di creare atmosfera e tensione in singole sequenze ma è meno efficace nella costruzione di una narrativa verosimile e davvero coinvolgente, finendo per funzionare meglio come somma di parti che come totalità organica, specchio di un autore di talento artigianale intrappolato tra attitudine commerciale e aspirazioni autoriali mai pienamente realizzate. Scene cult: la suddetta doccia e la Crawford che sbattacchia e minaccia la curiosona Libby. Indiscutibilmente valido il doppiaggio italiano, come quasi sempre avveniva nei good old days. Il film venne rifatto nel 1988 per la televisione come Ho visto cosa hai fatto... e so chi sei! (1988) con una giovane e bella Shawnee Smith impegnata lo stesso anno con il Fluido che uccide, e sedici anni prima di partecipare a Saw - l’Enigmista.

TRIVIA

William Castle (1914-1977) dixit: "Ai tempi del cinema muto, per creare l'atmosfera giusta per il cast prima di una scena, i registi usavano la musica: un violinista o un pianista selezionavano la musica in base all'atmosfera della scena. Usando lo stesso principio, ogni mattina prima di girare, mettevo su un disco: una piccola canzone che avevo scritto: "Non ridere ragazzina, meglio scappare per salvarsi la vita, l'uomo con cui hai appena parlato ha assassinato sua moglie." Solo per tenere allenate le ragazze, permettevo loro di fare diverse telefonate strampalate al giorno da numeri scelti a caso dall'elenco telefonico. Per ottenere i risultati concreti improvvisavano le telefonate, ottenendo un senso di realtà che avrebbero poi tradotto sullo schermo." (IMDB.com)

⟡ Joan Crawford lavorò solo quattro giorni al film e fu pagata 50.000 dollari (514.000 dollari del 2025), più una percentuale sui profitti. Il suo tempo totale sullo schermo ammonta a soli 9 minuti.

⟡ Durante le riprese, la Crawford sorseggiava la sua immancabile fiaschetta di vodka durante le pause, e questo pare notarsi nella sua interpretazione in alcune scene. Forse anche per questo, Andi Garrett era profondamente intimidita durante la sequenza che la vede recitare con la Crawford ed è rimasta terrorizzata quando l'attrice più anziana la aggredì, tirandole i capelli e trascinandola fino all'auto in una delle migliori scene drammatiche.

⟡ Joan Crawford fu contattata per questo film un mese dopo aver lasciato Piano... piano, dolce Carlotta (1964) a causa di un "disturbo" che le impediva di lavorare; si ritiene che, in realtà, fosse stanca di lavorare Bette Davis, sua acerrima nemica. Pertanto, Castle chiese ai medici della Crawford di firmare una dichiarazione che attestasse la sua completa guarigione prima di assegnarle il ruolo.

⟡ Quando un intervistatore chiese a Joan perché stesse girando questo film, ella rispose: "Perché penso che il film avrà un impatto formidabile con i genitori e il pubblico". Il grande regista George Cukor, che conosceva Joan da anni e l'aveva diretta in numerosi film della MGM, disse in seguito: "Razionalizzava quello che faceva. Joan mentiva persino a se stessa. Mi scriveva di questi film, credendo davvero che fossero sceneggiature di qualità. Non si poteva mai dirle che erano spazzatura. Era una star, e questo era il suo prossimo film. Doveva continuare a lavorare, così come Bette [Davis]. Entrambe diedero vita a un ciclo deplorevole di film". È evidente che Cukor si riferisse ai film del genere “geriatric horror".

⟡ Si dice che Joan Crawford abbia fornito personalmente il suo guardaroba e i suoi gioielli per il suo "cameo" in questo film.

⟡ Famoso per i suoi gimmick, Castle aveva idee molto chiare per il marketing di questo film: "Un numero di telefono pubblicato sui giornali di tutto il paese chiedeva alla gente di chiamare per sentire un messaggio speciale. Dopo aver composto il numero, una voce femminile rispondeva e sussurrava in modo sensuale: "Ho visto cosa hai fatto e so chi sei", e poi fissava un appuntamento per incontrare il potenziale cliente in qualsiasi cinema locale che proiettasse il film. L'intero espediente avrebbe funzionato a meraviglia se non fosse stato per il fatto che gli adolescenti americani prendevano sul serio il "gioco del telefono". Sembrava che quasi tutti gli adolescenti del paese fossero al telefono, facendo migliaia di chiamate assurde, intasando le linee telefoniche. Per rappresaglia, la compagnia telefonica non ci permise di pubblicizzare altri numeri di telefono e ci tolse anche gli enormi telefoni di plastica davanti ai cinema. Minacciarono persino di staccare il mio telefono di casa e, quando chiamai per scusarmi, mi riattaccarono in faccia." Un altro notevole gimmick fu il seguente, e ce lo riferisce lo stesso Castle nelle sue memorie: “Ho ideato una sezione speciale con sedie elettrificate nei cinema nella quale il pubblico poteva servirsi delle cinture di sicurezza, molto simili a quelle degli aerei, in modo da rimanere seduto al suo posto durante gli shock elettrici."

⟡ Questa fu l'ultima apparizione di Joan Crawford in un film americano. Dopo questo, la Crawford partecipò solo ad altri due film, entrambi girati interamente nel Regno Unito.

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Titolo originale

I Saw What You Did

Regista:

William Castle

Durata, fotografia

82', b/n

Paese:

USA

Anno

1965

Scritto da Exxagon nel gennaio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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